Reggio Emilia, la proposta dei marocchini di via Turri contro il degrado: «Siamo pronti a fare da sentinelle»
A parlare è Abderrahim Moloudij, il portavoce della comunità straniera a Reggio: «La legge italiana è troppo permissiva: chi sbaglia deve pagare»
REGGIO EMILIA. «Il degrado in via Turri c’è, ma si può risolvere, se si affrontasse coinvolgendo gli emigrati che sono qui da decenni e che potrebbero fare le “sentinelle” volontarie. Invece le iniziative vengono calate dall’alto, con una gestione (o non gestione) che è sempre reggiana. Esistono tanti talenti e persone con esperienza che potrebbero essere d’aiuto ai loro connazionali appena arrivati».
A intervenire nel dibattito delle criticità della zona stazione Abderrahim Moloudij, 52 anni, presidente dell’Alleanza democratica marocchina e presidente dell’associazione “Il mondo dei colori nella città del Tricolore”. Si tratta di una delle cinque associazioni, impegnate soprattutto nello sport, che riuniscono la comunità marocchina in città. Soprannominato “il sindaco”, Moloudij vive a Reggio da 35 anni e abita in via Turri 45.
Moloudij afferma di aver presentato in passato «parecchie proposte, rimaste inascoltate». Secondo “il sindaco” il primo dei problemi è «il fatto che molti giovani, arrivati in via Turri soprattutto dalla Tunisia e dai paesi del’Africa subsahariana, ciondolano inoperosi. Non possono lavorare perché senza documenti, non fanno sport perché nessuno li coinvolge. Il non avere nulla da fare è l’origine di tutti i mali».
Su questo punto Moloudij concorda con la maggioranza e sottolinea che «non basta dar loro vitto e alloggio, come fanno le coop che gestiscono la prima accoglienza: occorre insegnare un mestiere, instradarli nel mondo del lavoro, farli diventare la manodopera qualificata del domani. Parlo con molti nuovi arrivati: la maggior parte vuole lavorare, c’è chi trova anche lavori in nero di poche ore, ma la burocrazia è insormontabile. Una soluzione sarebbe un permesso di soggiorno locale e graduale, che premi il merito: chi dimostra di potersi mantenere potrebbe in seguito richiedere in seguito il permesso di soggiorno vero e proprio. Così si distingue chi ha voglia di fare da chi ha altre intenzioni».
Secondo il presidente il modello ideale cui guardare è in Francia. «A Melhouse, in Alsazia, hanno cambiato faccia ad un quartiere coinvolgendo come volontari gli immigrati già integrati. Hanno allestito un ufficio che registra ogni segnalazione; ogni sera i volontari (formati) di varie nazionalità ascoltano i messaggi e li verificano, intervenendo di persona. Il marocchino parla con i marocchini, il nigeriano con i nigeriani: ognuno conosce usi e linguaggio del suo popolo».
Se Melhouse è il sogno, la realtà attuale è fatta di cantine trasformate in giacigli sudici, la terra di nessuno delle ex Reggiane, spaccio e poche risorse. «Non è vero che servono tanti soldi per cambiare. Sui condomini andrebbero individuati dei residenti fidati come custodi, che puliscano gli spazi comuni se necessario: io e un gruppo di amici lo facciamo già. Alle ex Reggiane si dovrebbero registrare gli accessi. E sullo spaccio la legge italiana è troppo permissiva: chi sbaglia deve pagare».
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