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Inquinamento, Cofima di nuovo a processo

La fonderia accusata per la seconda volta di un reato ambientale. La difesa: «I controlli dell’Arpae sono sbagliati»

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BIBBIANO

Ancora una volta la fonderia Cofima (con sede al Ghiardo di Bibbiano) finisce al centro di un procedimento per un reato ambientale.

Dopo l’assoluzione incassata nel febbraio 2017 per una vicenda analoga, ora il 61enne Sergio Corradini (amministratore delegato con specifica delega ambientale) è accusato di aver violato le prescrizioni in materia ambientale rilasciate dalla Provincia. Gli sforamenti sarebbero stati individuati nella fonderia il 4 febbraio 2015 e riguarderebbero secondo il capo d’imputazione “i valori limite del parametro Cot non metanico (65 mg/nmc rispetto ai 5 autorizzati) e Co monossido di carbonio (7.5 mg/nmc rispetto ai 5 autorizzati).

PRIME TESTIMONIANZE

Sinora nel processo – davanti al giudice Maria La Nave – sono stati sentiti due tecnici dell’Arpae, un ingegnere della Cofima e un consulente della difesa (Ettore Morini dello studio Alfa). Nella prossima “puntata” processuale testimonierà l’imputato. «Cofima è un’azienda seria – dice al termine dell’udienza l’avvocato difensore Giovanni Tarquini – che ha sempre rispettato con grande attenzione tutte le regole, comprese quelle in materia ambientale. Già una volta Arpae ha errato la misurazione. Posso solo dire che anche questa volta viene messo in discussione da parte nostra il metodo e la strumentazione utilizzati per i controlli. Controlli che per di più, una volta ripetuti con la strumentazione più sensibile e precisa – conclude il legale – hanno dato valori nei limiti consentiti».

IL PRECEDENTE

Nella precedente vicenda giudiziaria, si trattava di valori oltre i limiti consentiti durante la lavorazione nel forno fusorio, in relazione alle emissioni in atmosfera. Ma quest’accusa – relativa ad un accertamento del 7 maggio 2013 – era caduta e, come scriveva in sentenza il giudice Stefano Catellani, «in istruttoria è emerso che sin da subito vi era il dubbio sui dati rilevati dalle apparecchiature utilizzate dall’Arpae, nel senso che i valori riscontrati erano talmente eccedenti quelli possibili da far ritenere che vi fosse un errore di valutazione. Lo stesso teste dell’Arpae riferisce – si legge sempre nella decisione assolutoria – di essersi stupito dal risultato del test effettuato e che ricorda che i tecnici dell’azienda dell’imputato avevano effettuato un altro test, con risultati completamente differenti. L’Arpae nei documenti presentati e nelle testimonianze rese non ha fugato il dubbio che si trattasse di una rilevazione errata». —

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