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’ndrangheta 

Oggi l’ultimo atto ma dai pentiti arriva l’allarme «Non finisce qui»

Tiziano Soresina
Oggi l’ultimo atto ma dai pentiti arriva l’allarme «Non finisce qui»

REGGIO EMILIALe “dichiarazioni spontanee” – per discolparsi – degli imputati che vorranno prendere la parola prima che la Corte (il presidente Francesco Caruso, i giudici a latere Cristina Beretti...

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REGGIO EMILIA

Le “dichiarazioni spontanee” – per discolparsi – degli imputati che vorranno prendere la parola prima che la Corte (il presidente Francesco Caruso, i giudici a latere Cristina Beretti ed Andrea Rat) si ritiri in camera di consiglio, segneranno oggi l’ultima udienza del maxiprocesso Aemilia.



Una lunga e complessa “cavalcata” partita il 23 marzo 2016 ed articolatasi in 195 “tappe” (con quella di oggi) a cui manca solo l’ultimo atto che si concretizzerà – presumibilmente non prima di due settimane – con la storica sentenza di primo grado del processo per mafia più voluminoso, quanto ad imputati (erano 149 ma uno è nel frattempo deceduto) coinvolti, mai tenutosi al Nord, secondo in ambito nazionale solo al procedimento incardinato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che si tenne nell’aula-bunker di Palermo negli anni Ottanta. I pm Marco Mescolini (da pochi giorni divenuto il numero uno della Procura di Reggio Emilia) e Beatrice Ronchi hanno chiesto per gli imputati complessivamente 1.712 anni di carcere. Una dura richiesta di condanne, poi contrastata nelle arringhe innocentiste con altrettanta determinazione dagli avvocati difensori. Con il “cuore” del maxiprocesso che pian piano si è concentrato sulle dichiarazioni dei pentiti: credibili per i magistrati inquirenti, falsissimi per i difensori dei 148 alla sbarra.



E proprio i due collaboratori di giustizia, nella scorsa udienza, durante le rispettive “dichiarazioni spontanee” hanno voluto soprattutto lanciare un messaggio ben chiaro: «Non è finito niente, non illudetevi di avere eliminato la cosca». Antonio Valerio e Salvatore Muto – per temperamento con toni e linguaggi molto distanti – hanno infatti detto la stessa cosa, cioè che c’è ancora tanto da scoprire in Emilia.



Valerio, con la solita foga, ha portato nuovi elementi investigativi definendoli il «nuovo che avanza», partendo dall’allarmante constatazione che «Reggio Emilia è in stato di assedio ’ndranghetistico». Novità che si snodano su vari punti: il potere («I Sarcone vogliono ancora comandare, ora con Beppe, ma anche le donne hanno un peso»), i rischi di una guerra di mafia («Gli Amato e gli zingari creano instabilità, se vogliono imporsi devono sparare»), l’infiltrazione radicatasi nel Reggiano anche con i rituali («Gli affiliati vengono battezzati in due capannoni, a Barco di Bibbiano e a Brescello»), il ruolo strategico di Brescello («E non illudetevi che a chiamare Cutrello quel quartiere allontani il problema, perché questa non è Cutro, questa è provincia di Reggio Emilia»), i soldi a palate («Gli appartamenti in permuta, i prestanome, i beni come contanti»), le strategie («Dopo le operazioni antimafia si stanno riorganizzando, cambiano pelle ma sempre ’ndrangheta è!»). Anche Muto profetizza ulteriori inchieste : «Aspetto con ansia che il tribunale si pronunci, ci saranno processi e indagini che proveranno quello che abbiamo detto, non è un filone finito». Da brividi. —



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