Aemilia, manca soltanto la sentenza: nell’ultimo atto sfilata di imputati
Parlano in diciotto, è un coro unanime: «Non siamo uomini della ’ndrangheta, dai pentiti sentite solo delle falsità»
REGGIO EMILIA. Si sono appena chiuse le accalorate “dichiarazioni spontanee” dei diciotto imputati – per la maggior parte sono quelli accusati del reato più grave, cioè l’associazione mafiosa – che hanno sfruttato fino in fondo la possibilità di difendersi. Parla per una precisazione in extremis l’avvocato difensore Stefano Vezzadini che poi consegna il memoriale di Gianluigi Sarcone, uno degli imputati eccellenti del maxiprocesso.
Mancano dieci minuti alle tre di pomeriggio. C’è un attimo di silenzio, tutti guardano i giudici. «La Corte si ritira per deliberare» rompe il ghiaccio il presidente Francesco Caruso che poi, insieme ai colleghi Cristina Beretti ed Andrea Rat, lascia l’aula-bunker. Dopo mille giorni si chiudono le udienze di Aemilia, per la storica sentenza bisognerà attendere almeno due settimane.
I tre giudici, scortati dalla Digos, lasciano velocemente il palazzo di giustizia e un quarto d’ora dopo – con i trolley – varcano la soglia della questura dove, in tutta sicurezza, potranno confrontarsi e giudicare i 148 imputati. Nella caserma di via Dante avranno una stanza a testa, una sala per le riunioni, mangeranno nella mensa interna. Un isolamento perfetto per una camera di consiglio che si preannuncia complessa.
Sei ore prima era iniziata – davanti ai giudici – la sfilata degli imputati che non hanno rinunciato alla possibilità di prendere la parola. «Non siamo uomini della ’ndrangheta» è la frase ricorrente, anche espressa fra le lacrime (come accade a Carmine Belfiore) o quasi urlata. E fioccano altri aspetti comuni: il racconto di vite spezzate dalla maxi inchiesta, il rancore verso i collaboratori di giustizia definiti bugiardi seriali, infine la fiducia riposta nella giustizia.
Luigi Muto, secondo il pentito Antonio Valerio uno dei quattro nuovi reggenti della consorteria, replica deciso: «Io non sono il reggente di nessuna cosca, sono il pilastro solo della mia famiglia di lavoratori. Sono nato a Reggio Emilia e orgoglioso di vivere qui».
L’imprenditore Giuseppe Vertinelli: è lapidario: «Non sono un membro della 'ndrangheta, non lo sono mai stato, ho solo commesso degli errori», mentre Giuliano Debbi (pure lui imprenditore) invoca: «Rivoglio la mia vita». Pasquale Brescia, altra figura ritenuta dall'accusa emblematica del mondo economico colluso, sceglie la linea della delegittimazione dei pentiti, specie di Valerio: «Nessuno degli imputati può dirsi al sicuro da questo mitomane. Quando ha capito che le cose si mettevano male ha deciso di collaborare e di crearsi il personaggio».
Salvatore Silipo: «Sono 20 anni che faccio reati ed entro ed esco dal carcere, non sono un angioletto, non faccio recite. Ma i miei reati sono individuali. Non so cosa faccio qui in un’aula di stampo mafioso». Michele Bolognino, che secondo i due pm antimafia dirigeva gli affari della cosca, si descrive come «un lavoratore che non fa caporalato, non sfrutta i suoi operai e paga i contributi».
Alfonso Paolini, considerato dagli inquirenti una sorta di addetto alle pubbliche relazioni del clan: «La mia vita è stata solo lavoro e sport, non sono un ’ndranghetista». Il carabiniere in pensione Mario Cannizzo accusato di estorsione, si discolpa e osserva: «Molti esponenti delle forze dell'ordine, anche di livello più alto del mio, andavano a cena con questi soggetti senza aver consapevolezza. Confido nella vostra serenità di giustizia e di togliermi da questo incubo che ha stravolto la vita mia e dei miei familiari».
Dichiarazioni chiuse da Sergio Bolognino che fa riferimento alla famosa lettera che sollevò un vespaio: «Mi dispiace che sia stata considerata come una provocazione, fare il processo a porte chiuse era assurdo. Sono soddisfatto da quello scritto sulla ordinanza. La richiesta a nome dei detenuti, era per alzare l'attenzione sulla stampa perché fossero riportate le notizie in modo giusto. Il Carlino non è mai stato nominato non perché ci fosse un complotto ma perché noi non lo compriamo. Sono stati citati il Tg3 e Telereggio e la Gazzetta perché noi quella compriamo e quelle tv vediamo».
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