Social fuori e codardi dentro. La terapia è la Giustizia
SEGUE DALLA PRIMAdi costoro comincia il teatro della pena e della miseria.Ogni tanto ci capita di scovarne uno, con un messaggio, una telefonata, fuori dai social. Nella vita reale. Gli chiediamo una...
SEGUE DALLA PRIMA
di costoro comincia il teatro della pena e della miseria.
Ogni tanto ci capita di scovarne uno, con un messaggio, una telefonata, fuori dai social. Nella vita reale. Gli chiediamo una ragione di tanta violenza, tanto odio. Di solito il codardo risponde che a scrivere quel commento volgare, ingiurioso, da ominide, non è stato lui, ma qualcun altro che ha avuto in uso il suo pc oppure il suo cellulare.
Succede così anche quando gli astuti italiani provano a schivare una multa stradale: non guidavo io, al volante c’era un altro che non ricordo…
E poi il codardo aggiunge un “grazie” per avergli segnalato la porcheria che detto fatto sarà da lui cancellata.
Poi ci sono i codardi – gemelli di “Napalm51” interpretato da Crozza in tivù – che una volta raggiunti chiedono “umilmente scusa” e giurano che non lo faranno più. Piagnucolano.
Si giustificano dicendo d’essersi trovati in un momento nevrotico, che non hanno lavoro, che credevano di scherzare, che noi non possiamo sapere quant’è aspra la loro vita. Quell’“umilmente” è roba da minus habentes (idioti).
Esistono anche i codardi che non si smuovono. Codardi fino in fondo. Ma così democratici che ti citano l’articolo 21 della Costituzione ad uso personale, come fosse un benefit: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Costoro non immaginano che la Carta è scritta per i cittadini ragionevoli, per l’espressione umana.
I social sono infine popolati da soggetti che si mimetizzano dietro un nickname, un nome di fantasia, ritenendo di essere protetti e di non venire stanati. È il caso dei personaggi che hanno commentato il video che la Gazzetta di Reggio ha pubblicato su Youtube e dove viene intervistata Federica Zambelli, in occasione della marcia del 13 ottobre in difesa dei diritti dei migranti.
Certi commenti sono irripetibili, non pubblicabili. Perché attaccano la vittima con la triade più elementare della comunicazione zoomorfa: il sesso, lo sterco, la razza. Li abbiamo segnalati all’amministratore di Youtube, li abbiamo riprodotti per la loro conservazione, e quindi oscurati.
Ora entra in ballo una cosa strepitosa, nella quale la Gazzetta e i cittadini credono moltissimo: la Giustizia. Cioè, come abbiamo fatto in altre circostanze, denunciamo alla Procura della Repubblica i commentatori che minacciano, ingiuriano, diffamano il nostro lavoro, i nostri lettori, i principi civili. E lasciamo camminare fino in fondo (davvero fino in fondo) la causa, anche per anni se necessario. L’unico e immediato strumento per proteggerci e sconfiggere l’onda-orda barbarica d’ogni segno e marchio che popola i social, è la Giustizia. L’educazione per dare frutti impiega generazioni. Contro i codardi noi abbiamo fretta. —
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