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il seminario antimafia 

Confiscati 9 beni nel Reggiano «Si colpisce il potere dei clan»

Confiscati 9 beni nel Reggiano «Si colpisce il potere dei clan»

Gli immobili risultano bloccati a Brescello, Cadelbosco Sopra, Gualtieri e Reggiolo La docente Pellegrini: «In Emilia anticorpi solo per il fascismo, la mafia è altro»

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REGGIO EMILIA

Secondo gli ultimi dati accessibili della mappa stilata dall'Università di Bologna (in particolare dagli studenti del master di secondo livello Pio La Torre) sono in tutto nove gli immobili ad oggi confiscati alla 'ndrangheta nel Reggiano. Si tratta di due a Brescello, due a Cadelbosco Sopra, due a Gualtieri, due a Montecchio e uno a Reggiolo ma il loro numero, in vista delle due sentenze del processo Aemilia (quella del rito ordinario e della Cassazione sul giudizio abbreviato del 24 ottobre) è destinato ad aumentare con ogni probabilità.

L’AGGRESSIONE ANTIMAFIA

Il dato è emerso nel recente seminario antimafia organizzato per i dipendenti del Comune (e non solo) che per l'assessore alla legalità Natalia Maramotti «è una formazione vera, un'azione concreta oltre i manifesti. Perché l’antimafia del bla bla bla è pericoloso e peggio del silenzio».

«L’acquisizione di un bene è lo strumento per eccellenza dell'aggressione antimafia», ma «la vera lotta si gioca sulle imprese perché il lavoro è sempre stato usato per creare consenso sociale malato da parte della criminalità organizzata». Chi parla è Stefania Pellegrini, docente del dipartimento di Scienze giuridiche all'Università di Bologna, dove oltre al corso su “mafie e antimafia” coordina il master di secondo livello Pio La Torre in “Gestione e riutilizzo dei beni e delle aziende confiscati alle mafie”. Spiega, nella lezione, come ottenere la destinazione di beni immobili confiscati e riassegnarli a fini pubblici e sociali. «Se il carcere viene messo in conto – illustra la docente – colpire la ricchezza viene vissuto male dalle organizzazioni criminali, perché equivale a colpire nel profondo della simbologia mafiosa e a indebolirle».

Questo perché «il bene rappresenta il potere e il potere è la finalità di cui la ricchezza è solo uno strumento». Ecco perché «un bene che ritorna alla comunità testimonia è anche il riscatto di un territorio e rappresenta un grande smacco». Da notare «che nei territori del nord Italia questi beni sono spesso frutto di riciclaggio o investimenti in aziende sane. Raramente – prosegue la professoressa – sono strutturalmente mafiose, più spesso sono a partecipazione mafiosa. Ed è l’imprenditore che cerca o accetta i capitali che gli vengono offerti senza preoccuparsi più di tanto da dove provengono».

L’INFILTRAZIONE NELLE AZIENDE

A questo proposito, spiega Pellegrini, «gli imprenditori non vengono intimiditi ma corrotti e si crea una sorta di simbiosi mutualistica». Oppure le mafie si infiltrano nelle aziende, ad esempio tramite usura, ma non intesa nel senso classico dell’imprenditore con l’acqua alla gola. «Bastano anche 10mila euro con tassi perfino competitivi rispetto al sistema bancario – specifica – ma la restituzione ha un plus. Magari si propone di diventare socio di minoranza e in brevissimo tempo il socio mafioso si espande. L’imprenditore non potrà più scegliere nulla, chi far lavorare, da chi rifornirsi e sarà solo il paravento di una linea occulta dettata». Le imprese conquistate dalla mafia poi «non sono redditizie perché lo scopo è solo piegarle agli interessi della consorteria».

ANTICORPI INESISTENTI

«L’Emilia non è terra di mafia – prosegue la professoressa Pellegrini – nel senso che la mafia non è nata qui. Ma è una terra in cui la mafia è radicata ed ha il controllo del territorio. Qui c’erano gli anticorpi strutturalmente formati sul fascismo, ma la mafia è altro». Con riferimento alla ’ndrangheta la docente spiega che «è ormai una multinazionale» che si è espansa «seguendo un disegno strategico ben preciso» che rispondeva a tre necessità: quella «di espandere i suoi traffici illeciti, droga in particolare», di «sfruttare la facilità di mimetizzazione di cui poteva godere in territori dove non era conosciuta» e, per alcuni esponenti, «fuggire dalle guerre di mafia dove c’era un problema di incolumità fisica».

IL SOGGIORNO OBBLIGATO

Quanto alla legge sul soggiorno obbligato, rimasta in vigore dal 1965 al 1995, secondo Pellegrini non basta da sola a spiegare la penetrazione dell’associazione mafiosa al nord. «È una legge che ha creato di certo danni immani, facendo l’opposto di quello che si era prefisso, cioè isolare i mafiosi. Ma non può essere l’unica ragione». Infatti, «se in Emilia-Romagna dal 1961 al 1975 sono stati sottoposte a questa misura 3.562 persone, a Buccinasco, definita la Platì del nord, non c’è mai stato nessun soggiorno obbligato». Nel cortocircuito creato dalla normativa «l’elemento che è mancato – conclude Pellegrini – è stato quello dell’appetibilità dei territori di destinazione, tenendo presente che la ricchezza per la mafia non è la finalità ma lo strumento per il potere». —

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