In “clausura” da otto giorni per una sentenza storica
I tre giudici continuano il loro lavoro nell’ex convento che oggi ospita la questura A loro disposizione anche la palestra della scuola di polizia, chiusa vent’anni fa
REGGIO EMILIA
Sono passati otto giorni di camera di consiglio per i giudici del maxiprocesso Aemilia e altrettanti se ne prevedono, prima della sentenza che costituirà una pietra miliare sul fronte della lotta alla ’ndrangheta al nord.
Dal 16 ottobre, quando è stata enunciata la formula “la corte si ritira”, il presidente Francesco Maria Caruso, Cristina Beretti (presidente del tribunale di Reggio) e Andrea Rat si trovano in completo isolamento all’interno della questura di via Dante, tra vita quotidiana e misure di sicurezza rafforzate, come la vigilanza esterna 24 ore su 24.
Una quotidianità blindata, quella dei giudici, che non possono avere nessun contatto con l’esterno né ricevere visite, per evitare eventuali condizionamenti. La richiesta di svolgere la camera di consiglio in questura, avanzata dal dottor Caruso l’estate scorsa per garantire la sicurezza e la tranquillità necessaria, ha comportato migliorìe, a spese del ministero dell’Interno, effettuate per adeguare tre stanze al primo piano, comprensive di bagno. Accanto agli alloggi dei giudici, la Sala Palatucci, un locale affrescato (ex chiesa del vecchio convento in cui oggi è ospitata la questura), per metà occupato dagli ingombranti faldoni del maxiprocesso. Lì, dove il collegio lavora alla stesura della sentenza, sono stati sistemati distributori di acqua, caffè e merende per la colazione, mentre pranzo e cena si svolgono nella mensa interna dei poliziotti, in una piccola area riservata. I giudici possono usufruire dei servizi esistenti in questura.
Tra questi la palestra interna (eredità della scuola di polizia dismessa vent’anni fa); per fare un po’ di moto sono state consegnate ai membri del collegio le chiavi, in modo che possano recarsi nell’area sportiva al pianterreno quando lo desiderano. È in funzione anche la cappella, utilizzata talvolta per le cerimonie religiose.
Quando, dopo due anni e mezzo di dibattimento e 195 udienze, sarà pronta la sentenza, quale sarà la procedura formale? Per legge tutti gli imputati, detenuti e non, hanno il diritto di essere presenti alla lettura del dispositivo, che deve avvenire in pubblico, a voce alta, “in nome del popolo italiano”. Per avvisare i 148 imputati e i loro avvocati occorrerà almeno un giorno di anticipo. Il collegio comunicherà giorno e orario (mattina o primo pomeriggio) della sentenza alla cancelleria del tribunale e a quel punto si metterà in moto la macchina organizzativa: la cancelleria avrà l’incarico di avvisare via Pec i legali sparsi per l’Italia, tramite la mailing list (funzionerà anche il passaparola tra i legali via chat), nonché di predisporre tramite la polizia penitenziaria i videocollegamenti con le carceri di massima sicurezza sparse per la penisola. Nella lettura del dispositivo il collegio si limiterà a enunciare assoluzioni, condanne ed eventuali scarcerazioni. Per il deposito delle motivazioni si andrà ben oltre i 90 giorni di prammatica, come accaduto a Bologna per l’abbreviato (70 le posizioni): per comprendere le scelte del collegio si potrebbe dover attendere sei mesi. —
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