Aemilia, con le condanne in Cassazione si aprono le porte del carcere
Presto in cella Gibertini, Mesiano, Vecchi e la moglie Patricelli La Dda di Bologna attende il provvedimento esecutivo
REGGIO EMILIA. Dopo la sentenza della Cassazione di mercoledì 24 ottobre, che ha confermato in toto – con sparuti stralci e due soli annullamenti – l’impianto accusatorio, a breve si apriranno le porte del carcere per quegli imputati (con condanne superiori a tre anni) ancora liberi o sottoposti a misure alternative.
Da tempo in cella i “capi” territoriali della ‘ndrangheta con epicentro Reggio Emilia, giudicati in rito abbreviato: Alfonso Diletto, Antonio Gualtieri, Francesco Lamanna, Nicolino Sarcone.
L’esecuzione della sentenza, giovedì, non era stata ancora assegnata. La procedura prevede che la Quinta Sezione penale della Corte di Cassazione – il presidente Maurizio Fumo, a latere i giudici Rossella Catena, Irene Scordamaglia, Grazia Niccoli e Luca Pistorelli – trasmetta i documenti alla Procura generale di Bologna, che a sua volta li recapiterà alla Direzione distrettuale antimafia di Bologna. A quel punto la Direzione distrettuale antimafia affiderà l’incarico della traduzione in carcere alle forze dell’ordine, non necessariamente reggiane: le indagini in passato sono state eseguite anche dai carabinieri di Modena o Fiorenzuola. Anche se la sentenza ha un effetto esecutivo immediato e “tombale”, i passaggi formali “a cascata” richiedono tempi tecnici.
Detenzione in vista per i due poliziotti, il reggiano Domenico Mesiano e il catanzarese Antonio Cianflone. Si tratta, occorre sottolinearlo, di due posizioni ben diverse. Mesiano, autista dell’ex questore Domenico Savi, è stato condannato in ogni grado a 8 anni e 6 mesi per i reati di concorso esterno in associazione mafiosa, tentata violenza privata (le minacce alla giornalista Sabrina Pignedoli) e accesso abusivo al sistema informatico. Da assistente capo è stato prima trasferito a Parma, poi sospeso: per il reintegro ha presentato ricorso al Tar. Da aprile 2015 è libero, dal luglio 2017 è sorvegliato speciale per cinque anni.
«Il mio assistito è sconcertato e profondamente deluso dalla sentenza, che ritiene ingiusta; continua a professarsi innocente», ha dichiarato il suo difensore Vincenzo Belli. Partiva da una posizione più grave Antonio Cianflone, agente all’epoca in servizio alla Dda della questura di Catanzaro: una posizione chiave della quale ha abusato, con i suoi frequenti viaggi a Reggio Emilia. Cianflone, difeso dall’avvocato Francesco Gambardella, è libero, sebbene non indossi più la divisa per sopravvenuto pensionamento.
Torna in carcere, ma – secondo il suo legale – scadrà a breve il termine per poter riaccedere agli arresti domiciliari, dove si trova tuttora il giornalista Marco Gibertini, condannato a 9 anni e 4 mesi. All’ex figura della tv locale è addebitato il concorso esterno in associazione mafiosa e la tentata estorsione con l’aggravante del metodo mafioso. «Questione di giorni e il mio assistito sarà nelle condizioni di chiedere il ripristino dei domiciliari. Avrà inoltre diritto allo sconto di un anno per liberazione anticipata – ha commentato l’avvocato difensore Liborio Cataliotti – Non potevamo sperare in un consistente sconto, nonostante la collaborazione a nostro avviso totale».
Dovranno scontare ciascuno 4 anni e 10 mesi Giovanni Vecchi e la moglie e socia Patrizia Patricelli. L’imprenditore 63enne, già colpito dalla misura della sorveglianza speciale di 5 anni con obbligo di dimora a Reggio Emilia, in origine tramite la Save Group di Montecchio è considerato dall’accusa il “volto pulito” del quale si serviva la cosca (soprattutto Alfonso Diletto) per i suoi affari, anche nel post 2015.
Non si è spostata di un millimetro la posizione di Roberta Tattini, la consulente bolognese del boss Grande Aracri, dal 2015 ai domiciliari, condannata a 8 anni e 8 mesi per i reati di concorso esterno in associazione mafiosa ed estorsione. Presto pure lei in cella, le sue intercettazioni tirerebbero in ballo Giuseppe Iaquinta da Brescello e il figlio, il calciatore campione del mondo 2006 Vincenzo Iaquinta da Quattro Castella. «La Cassazione mette la parola fine. Ovviamente speravamo in un risultato più favorevole – ha commentato l’avvocato Francesco Casillo – e non possiamo far altro che aspettare le motivazioni per capire le ragioni per le quali sono state disattese le nostre istanze». —
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