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Reggio Emilia, lotte intestine e rese dei conti nella Cgil dietro la bocciatura di Guido Mora

Evaristo Sparvieri
Reggio Emilia, lotte intestine e rese dei conti nella Cgil dietro la bocciatura di Guido Mora

L’esito imprevisto del XVIII Congresso è maturato sotto traccia negli ultimi tre anni. Malumori degenerati nel clamoroso siluramento emerso durante l’assemblea all’Ariosto  

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REGGIO EMILIA. Due nomi di caratura nazionale per il dopo Mora, segnati nell’agenda dei delegati reggiani e invocati sottotraccia dall’assemblea: Ivano Gualerzi, segretario nazionale Flai Cgil, e Cristian Sesena della segretaria nazionale Filcams. E poi: un mese di tempo al massimo per ricucire lo strappo interno che ha dilaniato il più grande sindacato reggiano, capace nonostante la crisi di rappresentanza di chiudere il 2017 con 112.208 iscritti (+497 rispetto al 2016).

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E infine: i livelli regionali e nazionali chiamati ora a mettere ordine alle lotte intestine che hanno lacerato la Camera del Lavoro di via Roma, convocando i delegati di quella stessa assemblea che, mercoledì scorso al teatro Ariosto, con una mossa a sorpresa hanno silurato il segretario uscente Guido Mora, landiniano e candidato unico al XVIII congresso, che appariva destinato a una riconferma, seppure fragilissima

I numeri erano risicatissimi. Ma il disastro non sembrava affatto annunciato. E, di fronte all’affanno della mozione, l’unica strategia possibile da portare avanti per Mora sembrava una: non bruciare Valerio Bondi, responsabile organizzativo della Camera del Lavoro, l’uomo al quale l’ormai ex segretario provinciale Cgil aveva intenzione di passare il testimone al massimo fra un paio d’anni, alla scadenza del limite statutario di 8 anni di mandato.

Uno schema portato avanti dallo stesso Mora in protezione del suo delfino, consapevole della rottura interna al sindacato del quale era a capo. Era il maggio 2012. E il Comitato Direttivo territoriale, con voto segreto, elesse Mora con il 72,9%: 134 i votanti su 152 aventi diritto. Nel 2014 la riconferma, al XVII congresso, che ha visto il dibattito incentrato sullo scontro che era in atto tra la Cgil nazionale e la Fiom, guidata da Maurizio Landini.

L’inizio della frattura. Ma nulla di paragonabile alla bufera che ha travolto mercoledì scorso il congresso e l’intero sindacato, quando l’assemblea generale composta da 144 delegati ha respinto la proposta avanzata dai centri regolatori di rieleggere lo stesso Mora: 66 i voti favorevoli alla proposta, 75 quelli voti contrari, lasciando così per la prima volta nella storia di Reggio Emilia la Camera del Lavoro provinciale senza un segretario.

Una bocciatura pesantissima, alla quale Mora ha reagito sul palco con toni durissimi, appellando come «farabutti» i componenti dell’assemblea e mostrando una volta di più la profonda lacerazione che era iniziata già a fine 2015, quando in via Roma si era consumata una lancinante spaccatura: l’allora minoranza interna (che si riconosceva in Susanna Camusso, all’epoca contrapposta alla maggioranza reggiana fedele a Maurizio Landini) aveva dichiarato rotto il patto unitario interno ed era uscita dalla segreteria provinciale, formando un proprio coordinamento promosso dai segretari di alcune categorie. Lo strappo è rientrato solamente l’anno successivo con l’elezione di una nuova segreteria, considerata equilibrata tra le due diverse “anime” del sindacato.

Un equilibrio che, tuttavia, sembra non avere retto di fronte alla prima effettiva prova d’unità rappresentata dal congresso, tappa territoriale di una sfida nazionale che vede il reggiano Maurizio Landini in corsa per il dopo-Camusso, in quello che potrebbe essere un derby emiliano con il piacentino Vincenzo Colla.

A portare il congresso nazionale in quello provinciale è stato in realtà lo stesso Mora, manifestando nella sua relazione il suo endorsement a favore di Landini. Un’adesione convinta, letta tuttavia dai detrattori anche come un tentativo di cavalcare l’onda giusta, cercando così – soprattutto dopo la riconciliazione Camusso e Landini – di guadagnare terreno di fronte a numeri che non sembravano tranquillizzanti.

Secondo quanto trapelava prima della convocazione dell’assemblea, Mora avrebbe avuto il sostegno della Fiom, del sindacato dei trasporti, dei grafici e di spezzoni di altre categorie, fra cui una parte dei pensionati Spi, che da soli rappresentano circa la metà degli iscritti, potendo contare su circa il 53-54% delle forze in campo. Un esito stravolto nel segreto dell’urna.

Non tanto per dinamiche legate al congresso nazionale, quanto per la messa in discussione di questioni di carattere organizzativo e gestionale. A Cominciare dal tentativo di Mora di ipotecare la sua successione senza una soluzione condivisa, passando per la lotta interna a quella che viene considerata una linea di potere che viene fatta risalire fino a figure come Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom-Cgil dal 2002 al 2010, Amabile Carretti, ex membro della segreteria, e a Ramona Campari. Di qui il voto dell’assemblea, con un risultato che ha suscitato sconcerto anche per il fatto di essere andato oltre le previsioni anche degli stessi detrattori.

Quanto ai papabili per la successione di Mora, l’assemblea punterebbe su Gualerzi e o Sesena, entrambi reggiani, e capaci dalla nostra provincia di scalare le vette nazionali del sindacato per le rispettive categorie.

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