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Dopo il golpe contro Mora la crisi della Cgil reggiana ora è nelle mani della Camusso

Evaristo Sparvieri
Dopo il golpe contro Mora la crisi della Cgil reggiana ora è nelle mani della Camusso

Giove, segretario regionale, oggi con Camusso al direttivo nazionale. Atteso anche il segretario “tradito” Guido Mora. «Nel congresso c’era un clima che mostrava chiaramente ci fossero problemi»

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REGGIO EMILIA. «Guardi, le dico la verità. Non sono rimasto particolarmente sorpreso. Nei due giorni di lavoro congressuale, direi che era apparso probabile che questo fosse un esito possibile. Ma, ci tengo a sottolinearlo, di certo non era auspicabile».

La macchina della Cgil si è messa in moto. E dopo il siluramento dell’ormai ex segretario, Guido Mora, clamorosamente bocciato dall’assemblea riunita mercoledì al teatro Ariosto, i centri regolatori stanno predisponendo l’avvio della fase di confronto, propedeutica alla riconvocazione della stessa Assemblea, alla ricerca delle ragioni di una lacerazione inedita per il sindacato di via Roma, per la prima volta nella storia rimasto senza segretario provinciale.

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In campo, adesso, la palla in pratica passa alla segreteria nazionale e a quella regionale. E il segretario regionale Cgil, Luigi Giove, tenterà di stringere i tempi per cercare di ricomporre uno strappo lancinante. A cominciare già da oggi, quando prenderà ufficialmente il via la riflessione.

Anche per evitare lo spettro di un commissariamento. A Roma, infatti, è oggi in programma un comitato direttivo nazionale Cgil, alla presenza di Susanna Camusso, al quale parteciperà lo stesso Giove: «Potrebbe essere l’occasione per parlare della vicenda reggiana», afferma Giove. Atteso a Roma lo stesso Mora, membro del direttivo nazionale fino a gennaio, quando la Cgil andrà a congresso per eleggere il successore di Susanna Camusso

Segretario, e adesso?

«Entro domani (oggi, ndr) definiremo quando cominciare il percorso, che dovrà essere necessariamente rapido e dovrà prevedere il coinvolgimento del gruppo dirigente della Camera del lavoro, per verificare quali sono state le cause che hanno portato a questo punto. Si dovrà partire dai contenuti, non certo dai nomi, e capire quali sono le condizioni per determinare una ricomposizione della frattura che si è determinata».

Qualche nome, nei corridoi della Camera del Lavoro, in realtà sta già circolando. E c’è chi parla di Gualerzi e Sesena...

«Guardi, non sono un grande appassionato di nomi, anche se capisco che c’è chi possa appassionarsi. Il percorso partirà con l’ascolto delle ragioni e con la ricerca delle soluzioni. La mia preoccupazione non sono i nomi. La mia preoccupazione è un’altra».

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Ovvero?

«Individuare il modo con cui rimettere in piedi la Camera del lavoro, in modo che continui ad essere un soggetto utile ai lavoratori, ai pensionati e all’intero territorio. Io lavoro su questi temi. I nomi saranno una conseguenza».

La matassa appare difficilissima da sbrigliare, non crede? I toni sono stati altissimi. Secondo lei cosa è successo?

«Ovvio che si è determinato un trauma. E penso che sarebbe sbagliato perseverare in contrapposizioni che onestamente non darebbero nessuna risposta alle persone che rappresentiamo».

Lei si aspettava questo esito? Prima del congresso si vociferava di una maggioranza risicata. Ma nessuno immaginava questo risultato.

«Dal clima che c’era nel congresso era sufficientemente chiaro che c’erano problemi».

Legati anche alle dinamiche nazionali?

«Guardi, escludo di sicuro questioni di carattere generale. Dopodiché le ragioni profonde vanno indagate. Ed è partire dalle ragioni che si potranno individuare anche le soluzioni. Credo però che le ragioni di quanto successo siano legate esclusivamente a dinamiche territoriali».

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