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IL LOGARITMO DEI COLTELLI

Un cesaricidio. Sì, perché se si ascoltano quelli del partito di Marc’Antonio (pro-Mora) si è trattato di un golpe, del congresso dei coltelli nascosti sotto la giacca, o forse sotto la camicia...

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Un cesaricidio. Sì, perché se si ascoltano quelli del partito di Marc’Antonio (pro-Mora) si è trattato di un golpe, del congresso dei coltelli nascosti sotto la giacca, o forse sotto la camicia perché mercoledì scorso faceva caldo, caldissimo, dentro e fuori la Cgil. Sì, perché se provate a cercare quelli del partito di Bruto (anti-Mora) nessuno parla. Cioè nessuno avrebbe estratto la lama e colpito il segretario della Camera del Lavoro di Reggio Emilia che s’era ricandidato attraversando il Rubicone.

I cesaricidi in verità non parlano, ma parlicchiano, fanno sapere, borbottano, e si ritirano. Sibilano che Mora fosse troppo, davvero troppo autocratico, decisore, quasi quasi tirannico. La questione è dunque personale se non personalistica. Fuoriescono dalla penombra antiche ruggini e attempate incomprensioni fino alla solenne formula “gliel’hanno fatta pagare”. Chi? Che cosa? Quando lo chiediamo agli sfuggenti interlocutori ecco che in due e due quattro cambiano discorso, raffreddano i concetti, e il sindacalese diventa una lingua evasiva: “C’è stato un esito congressuale e ora la questione è consegnata ai centri regolatori”, cioè alla Cgil regionale e nazionale affinché tenga insieme i pezzi dello specchio rotto e indichi i tempi per un nuovo voto. Quel che è successo a Reggio Emilia, dentro il grande corpo della Cgil, è clamoroso. Così grande e imprevisto (per i cesariani) che la reazione dei giorni seguenti (dei cesaricidi) è di quel genere che fa dire “l’abbiamo fatta troppo grossa”, e tutti se ne stanno quatti quatti. Fenomeno inedito per un sindacato che per forza e per storia ha sempre parlato chiaro e forte, e sostanzialmente mai tramato, mai permesso che un candidato alla segreteria (ricandidato) arrivasse fino all’elezione, già sul podio, per farlo precipitare con accoltellamento e immediata precipitosa fuga dei responsabili.

Così narrato questo episodio storico della vita reggiana nulla ha a che vedere con la politica. È nato e cresciuto su triangolazioni appunto personali e personalistiche. Ci dicono che la manovra di scostamento dal Pd e di avvicinamento alle porzioni scissioniste decisa da Mora, nulla c’entra.

Neanche è in ballo la cinghia di trasmissione interrotta della Cgil, ma così numerosa e potente da essere forza di estrema influenza. Come non sussisterebbe un piano reggiano avverso alla Fiom, quindi alla candidatura nazionale di Landini, reggiano pure lui. Niente politica. Ma – vedrete – l’esito sarà politico.

Politico nel senso che l’immane specchio rotto ora va verso la fase di Filippi, tanto per restare nella sequela della congiura contro Cesare. Cioè verso l’inevitabile fase della resa dei conti. I golpisti hanno dunque lavorato separando le categorie, operando sui delegati singoli, in assoluta segretezza, lavorando su conti, addizioni, sottrazioni ed equazioni su quello che potremmo definire il Logaritmo Mora.

Risultato: gli uomini e le donne dall’epica parlantina, dalla rodata verbosità, vocati a buttare i temi lì, sul tavolo della trattativa, tacciono tutti. Mora, gli amici di Mora, i nemici di Mora, i colleghi di Mora, i filoMora e gli antiMora. Così facendo, così agendo, così architettando riesumano un antico modo di gestire i vertici politici, di tacere e sotterrare, avvelenare e scompaginare, mettono “in mora” la Cgil e chi ancora decide di tesserarsi. In tutto 112.208 iscritti, cioè uno ogni 4,5 abitanti. —

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