Aemilia, stangata tra le urla dei parenti poi l’applauso liberatorio del pubblico
Reggio confermata come epicentro del radicamento. Tensione in udienza: il presidente interrotto più volte dai parenti
REGGIO EMILIA Un applauso spontaneo del pubblico, dopo cinque ore e mezza di tensione e due di lettura della sentenza tra le urla di rabbia di qualche parente dei condannati, ha chiuso il cerchio sul processo più devastante della storia giudiziaria di Reggio Emilia viste la portata delle conseguenze penali. Una stangata con condanne per 1.223 anni di carcere in capo a 120 imputati su 148 (23 sono stati assolti e 5 i prescritti) per reati che vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione, al reimpiego, alle armi e alle false fatturazioni, per buona parte considerati reati maturati nell’alveo di una cosca di ’ndrangheta che ha stabilito l’epicentro dei suoi affari dalla Calabria a Reggio Emilia, con riverberi che investono Modena, Mantova, fino a Ferrara e Cremona lambendo il Veneto. Un’udienza storica, attesa e zeppa di gente stipata nell’aula bunker: centinaia di persone e un dispositivo di sicurezza mai visto. Il circo mediatico conta troupe e testate da tutta Italia e una dalla Germania.
Da fuori giungono le sirene della penitenziaria: gli imputati già in carcere entrano nelle gabbie, salgono sulle panche, salutano le famiglie stipate sul fondo con sorrisi e tirate d’occhi. Entra il pm Marco Mescolini con il procuratore capo di Bologna Giuseppe Amato, raggiunti da Beatrice Ronchi che interrompe al piano di sopra il processo di Aemilia bis, rito gemmato dal filone principale. C’è anche tutta la procura di Reggio e le sedie scarseggiano. I sindaci, molti parte civile, restano in piedi.
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Poi l’entrata dei giudici, scortati dalla Digos, dopo 15 giorni di camera di consiglio con uno squillo di campanella che spegne il brusio e le speranze di molti imputati.
La provincia reggiana viene travolta dalle parole scandite dal presidente del collegio del maxi processo, Francesco Caruso, che alle 13 dà inizio – dopo un lungo ritardo con il collegamento con le carceri – legge tutto d’un fiato le 140 pagine della sentenza che fissa il radicamento della ’ndrangheta tra l’Appennino e il Po, nell’Eldorado che ha fatto da bancomat alla cosca cutrese Grande Aracri, per la quale l’Emilia è diventata la prima casa, mentre a Cutro ormai ci si va a passare le vacanze.
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Le condanne emesse sono sonore e ipotecano il futuro di decine di imputati, per buona parte residente nel Reggiano. La botta più veloce e affilata arriva alla fine, alla lettura della sentenza per il rito abbreviato, scelto a metà processo dagli imputati ricondotti a sorpresa all’interno dell’associazione mafiosa. Ventiquattro condanne per il reato più grave: quello che prende meno ha 10 anni di carcere, gli altri superano i 17. I giudici confermano il teorema accusatorio: la ’ndrangheta qui c’è, è organizzata, conta gerarchie e una miriade di affiliati e sodali.
Lo avevano già ribadito le precedenti sentenze: quelle dell’abbreviato a Bologna, giunto in Cassazione. Poi ci sono le condanne del rito ordinario, quello senza lo sconto di un terzo della pena. E qui, tra qualche sorpresa al ribasso – come per Gianluigi Sarcone, fratello del boss locale Nicolino – è uno stillicidio. Il mix tra il rito e l’aggravante mafiosa genera condanne altissime.
Il primo in lista è Alfredo Amato, imputato a piede libero: la condanna è di 19 anni. Si infila il berretto e se ne va. Gaetano Blasco, tra i volti più noti del processo, detenuto spesso fumantino, prende 21 anni nel rito ordinario. Aggiungendo la condanna in abbreviato supera i 38 anni di carcere. Michele Bolognino, unico tra gli imputati di Aemilia considerati capi bastone a non aver scelto lo sconto con l’abbreviato in prima battuta, viene condannato in ordinario a 20 anni, ai quali si aggiungono i 17 dell’abbreviato scelto in seconda battuta.
Caruso prosegue ma arrivato a un terzo della lettura scoppia un urlo dal fondo: è il bomber della nazionale, Vincenzo Iaquinta, che non attende nemmeno la sua sentenza, peraltro mitigata a 2 anni perché i giudici non gli riconoscono l’aggravante mafiosa nel reato di cessione delle sue armi al padre (che non poteva invece tenerle). Il presidente del collegio ha letto infatti la condanna del padre Pino: 19 anni. L’ex calciatore esplode: «Ridicoli, siete ridicoli!».
Si apre una breccia tra i famigliari e da lì il registro cambia. Gli imputati nelle celle allestite alla sinistra del collegio non fiatano. In fondo c’è chi sbotta: mogli, figli, amici e nipoti. Sguardi duri e pianti, quelli delle donne. Caruso legge un’altra condanna a 20 anni: la moglie dell’imputato urla, inveisce contro il tribunale. Se ne va, poi rientra, urla ancora e infine piange. Non è l’unica a lasciare l’aula in polemica. Lo fanno diversi imputati: Salvatore Silipo viene condannato a 8 anni. Se ne va alzando la voce, girandosi, parlando in dialetto cutrese e rivolgendosi con la testa alla corte mentre guadagna l’uscita. Caruso in una sola occasione si ferma e richiama le forze dell’ordine per ottenere più silenzio mentre è in piedi da quasi due ore per leggere.
Anche gli avvocati della difesa restano in piedi. Annotano le condanne, fanno due conti e tirano la bocca facendo smorfie, alcuni scuri in viso dopo aver combattuto per 195 udienze contro le accuse della procura antimafia di Bologna e il presidente del collegio, che ha dato vita a una maratona senza nemmeno permettere loro di scioperare, generando un braccio di ferro che era stato portato fino alla Corte Costituzionale. Ieri il processo Aemilia è rientrato nel suo alveo, restituendo una realtà processuale amara, che condanna imputati per grande parte cutresi, colpisce imprenditori emiliani come Mirco Salsi e i Bianchini, forze dell’ordine e qualche professionista, lasciando fuori la disamina sulla società.
L’unico beneficio evidente è quello riservato per la sua collaborazione al pentito Antonio Valerio: parlare riduce la condanna a 11 anni nonostante le gravi accuse. Infine l’applauso, tributato ai giudici, e qualche lacrima ma questa volta di gioia. —
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