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Aemilia, il procuratore Amato: «Processi e condanne non interrompono eventi criminosi»

Tiziano Soresina
Aemilia, il procuratore Amato: «Processi e condanne non interrompono eventi criminosi»

Il procuratore della Dda di Bologna tiene alta la guardia «Gli approfondimenti investigativi dovranno proseguire»

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REGGIO EMILIA  La sentenza da pochi istanti è realtà e i tre giudici lasciano l’aula. Tutta l’attenzione si focalizza sui due pm antimafia. Marco Mescolini è coerente con il basso profilo tenuto per tutto il processo e lascia subito l’aula senza rilasciare dichiarazioni. Mentre Beatrice Ronchi rimane in udienza ed è letteralmente sommersa da abbracci, strette di mano. Sorride felice, ma davanti al taccuino non va più in là di un «sì, sono soddisfatta!». Per l’accusa e per la Dda in particolare parla Giuseppe Amato – procuratore di Bologna – che ha seguito la lettura della sentenza e viene intercettato dai cronisti all’uscita del tribunale.

Questa sentenza è l’ennesima conferma che la ’ndrangheta a Reggio Emilia c’era, eccome se c’era...

«Assolutamente si, non c’è più da dubitarne, come non ne abbiamo dubitato noi in questi anni. Sono soddisfatto di quello che l’ufficio, grazie ai colleghi Mescolini e Ronchi, ha saputo fare, ma sono anche gratificato dal riscontro giudiziario che si è avuto col tribunale di Reggio Emilia, come c’è stato di recente con la decisione della Cassazione che ha detto una parola importante sull’abbreviato di Aemilia. Siamo consapevoli che un processo e anche una condanna non è in grado di interrompere miracolosamente un evento criminoso, specie quando discutiamo di associazione, quindi gli approfondimenti investigativi dovranno proseguire, gli accertamenti giudiziari, se necessario, dovranno continuare. Sono poi convinto che questo territorio ha dimostrato di sapere reagire efficacemente e i risultati sono molto positivi».

Lei dice “Non abbiamo finito”, questo vuol dire che Aemilia apre la pista ad altri approfondimenti?

«Questo sì, già adesso abbiamo avuto dei processi, ma anche delle indagini che sono state iniziate, alcune con esercizio dell’azione penale perché gli stessi elementi, le stesse dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, gli stessi elementi che abbiamo valorizzato in questo processo ci hanno già consentito di aprirne altri. Pensiamo al processo sugli omicidi del ’92 a Reggio Emilia e Brescello, ma ci sono altri profili che meritano investigazione, tacendo di quelli che ora il tribunale ha rimesso all’attenzione della procura della Repubblica su alcuni aspetti affatto marginali, quindi le indagini non finiscono ma, come dicevo prima, è inevitabile che sia così perché vicende di una così grande importanza oggettiva e soggettiva, quando discutiamo di associazione mafiosa, ci dobbiamo muovere in queste dimensioni qualitative e quantitative, non possono essere eliminate e stroncate da un unico processo. Ora ci vuole pazienza, ci vuole la capacità di sapere sviluppare gli elementi, affinare le investigazioni, ma mi pare che grazie al contributo dei carabinieri e della polizia, si stia facendo moltissimo».

Un dato preoccupante, più di una quarantina di testimonianze sospette, secondo la corte, false...

«Non è un quadro, diciamo, che desta una particolare sorpresa, perché noi ragioniamo di un procedimento in cui la contestazione principale è rappresentata dal 416 bis, cioè da un reato che si qualifica e si caratterizza per l’intimidazione, l’assoggettamento, per l’omertà che ne deriva. Evidentemente un contesto che quando ragioniamo in termini processuali induce a poter dubitare della genuinità di certe dichiarazioni, di soggetti cioè che in qualche misura si trovano in quella condizione psicologica che qualifica e caratterizza il reato associativo».

Più volte i difensori hanno detto “processo snaturato dalla pressione mediatica”, in realtà chi faceva pressione evidentemente non erano i giornalisti. O no?

«Il rapporto tra la stampa, il pubblico quindi, che è in fondo il destinatario finale dell’attività della stampa, e il processo, deve essere un rapporto qualificato e caratterizzato dalla più ampia libertà di accesso proprio perché la giustizia deve essere controllata e verificata nelle sue modalità di esercizio da parte della collettività. L’unico limite, come sappiamo, è quello della investigazione dove il segreto deve imperare. Il pubblico dibattimento è un qualche cosa che merita, anzi direi che impone una conoscenza del pubblico piena, senza se e senza ma, proprio perché la giustizia è amministrata in nome del popolo italiano. È un qualche cosa che si rivolge non solo a coloro i quali stanno all’interno di quell’aula, ma nei confronti di tutti gli appartenenti a una collettività, in particolare quando questa collettività è direttamente interessata da fenomeni invadenti e incisivi come quelli di cui si è occupato il tribunale di Reggio Emilia e questo lo attesta, lo dico in maniera molto chiara, anche l’importante serie di risarcimenti del danno che, o in via definitiva o in via provvisionale, il tribunale ha riconosciuto a numerosi enti sia della collettività territoriale sia di altre diverse categorie». —




 

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