Gazzetta di Reggio

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Giudici severi: 1.223 anni di carcere dure condanne per affiliati e collusi

Tiziano Soresina

La Corte ritiene provata la presenza della cosca in Emilia. Premiata, con pene miti, la collaborazione di Valerio e Muto

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REGGIO EMILIA

Una sentenza molto severa.

Che dice con forza come la ’ndrangheta sia di casa in Emilia, come non sia più accettabile la sottovalutazione del radicamento, come abbia avuto un peso il ruolo dei pentiti e la mite condanna ad Antonio Valerio (ma anche a Salvatore Muto) è premiante, un segnale per chi in futuro vorrà collaborare con la giustizia.

I “numeri” di questo verdetto – oltre due ore solo per leggerlo nell’aula-bunker – sono eloquenti: ben 120 condanne, 23 assoluzioni e 5 posizioni finite in prescrizione.

Complessivamente la Corte ha emesso condanne per 1.223 anni di carcere: 898 anni relativi al rito ordinario, 325 anni al giudizio abbreviato (contemplante lo sconto di pena di un terzo). E proprio su quest’ultimo versante la mano del collegio giudicante si è fatta particolarmente sentire, mettendo all’angolo chi è stato ritenuto ben inserito nella cosca emiliana, continuando ad agire e a favorirla anche dopo gli arresti di fine-gennaio 2015, arrivando – come ricostruito dalla Dda di Bologna – sino all’8 febbraio 2018. Scorrendo le varie condanne si capisce come risulti provata (come ha del resto sancito anche la Cassazione) l’evoluzione della ’ndrangheta al Nord, che non spara ma ha sviluppato la capacità di erogare servizi (recupero crediti, false fatturazioni). Ed elemento non secondario, il ruolo giocato da un bel numero di colletti bianchi che hanno dato un contributo decisivo al clan nelle operazioni societarie e finanziarie. False fatture usate per le frodi fiscali, ma anche per consentire alle imprese di costituire fondi neri. Entrando nelle specifiche condanne in rito abbreviato annotiamo come Gianluigi Sarcone ( fratello del capo indiscusso del clan Nicolino) è stato condannato nel rito ordinario a 3 anni e 6 mesi, contro i 18 chiesti dalla procura. Uno «sconto» di fatto compensato dalla condanna in abbreviato (16 anni e quattro mesi). Analogo discorso per un altro esponente di spicco della consorteria: Gianni Floro Vito. Per lui erano stati chiesti nel rito ordinario 12 anni, ed è stato condannato a sei, ma nel dispositivo dell'abbreviato è previsto che sconti 14 anni. È andata male invece all'imprenditore colluso Pasquale Brescia, che si è visto aumentare in sentenza le pene di entrambi i riti (sei anni in ordinario contro i quattro chiesti dai pm e 16 anni in abbreviato, quando la richiesta era di 14). Messi in ginocchio anche gli imprenditori legati alla 'ndrangheta: tra loro i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, condannati entrambi a quasi 30 anni (tra i due riti). Per 24 imputati sono state emesse due condanne con riti diversi (abbreviato e ordinario), quindi – in soldoni – hanno affrontato due processi distinti. Solo quando saremo di fronte a sentenze definitive (presumibilmente per molti, se non per tutti, si arriverà in Cassazione) ecco che scatterà il “cumulo”, cioè un criterio giuridico complesso (con molte variabili) previsto dalla legge per il calcolo della pena complessiva da erogare. —



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