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la reazione 

«Io ho vinto il Mondiale mi hanno rovinato»

Elisa Pederzoli
«Io ho vinto il Mondiale mi hanno rovinato»

Le grida di Vincenzo Iaquinta alla lettura della sentenza Padre e figlio: «Con la ’ndrangheta non c’entriamo niente»

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REGGIO EMILIA

«Ridicoli! Siete ridicoli! Lo farò sapere a tutto il mondo quello che avete fatto».

Il campione del mondo del 2006, Vincenzo Iaquinta, è un fiume in piena quando il giudice Francesco Maria Caruso legge la sentenza di condanna per suo padre Giuseppe (19 anni) e per lui (2 anni).

Dopo aver atteso il verdetto dall’ultima fila di sedie riservate al pubblico, nell’aula bunker di via Paterlini, l’ex bomber rompe la litania della lettura del dispositivo con le sue grida. E non si ferma, nemmeno quando la moglie Arianna cerca di placarlo, nemmeno quando ormai è fuori dall’aula e i giudici non lo possono più sentire. «Sono innocente, vergogna, vergogna» ripete mentre supera i tornelli e si incammina nel vialetto che porta in strada. «Due ombrelloni, due ombrelloni...» ripete quando è ormai dall’altra parte del cancello, guardando verso l’aula.

E il riferimento è a un episodio che è entrato nel processo: il furto subìto di due ombrelloni, nella casa al mare a Cutro, per ritrovare i quali avrebbero chiesto aiuto a figure ora condannate dal processo Aemilia.

La sua sfuriata è il momento di maggiore tensione della giornata. Quando quella sfilza di numeri letti dallo scranno più alto dell’aula dal giudice Caruso si trasformano, in chi li ascolta, nella sostanza di quello che sono: lunghi anni di carcere.

«Mi hanno rovinato la vita, mi hanno rovinato tutto senza aver fatto niente – grida con la voce ormai rotta dall’emozione – Sto soffrendo da tre anni come un cane, per la mia famiglia e i miei bambini». Davanti alle telecamere e ai microfoni, Vincenzo Iaquinta parla ancora. «Io ho vinto un Mondiale e sono orgoglioso di essere calabrese, ma noi non abbiamo fatto niente. Noi con la ’ndrangheta non c’entriamo niente, niente, niente – va avanti con tutto il fiato che ha in corpo – Vergognosi, senza una prova! Ma sarà fatta giustizia».



Il padre Giuseppe Iaquinta accanto a lui non alza la voce. Quando Caruso ha letto la sentenza, ha solo scosso la testa e guardato in direzione del figlio. Ma il peso di una condanna a 19 anni per associazione mafiosa si sente tutto. «Se conoscere, andare a mangiare o prendere un caffè è reato, allora sono colpevole. Che conosco tutti, io non l’ho mai negato, ma nella mia posizione non potevo girarmi dall’altra parte. Ma io tutti gli affari me li sono sempre fatti da solo e non c’è una prova che dimostri che io abbia fatto qualcosa con chi dicono loro. Se mi spiegassero cosa ho fatto, ne faccio anche 22 di anni, ma me lo devono dire. Io non sono un ’ndranghetista, se lo devono mettere in testa. Qui la legge non è uguale per tutti – dichiara l’imprenditore edile reggiolese – Questa condanna è una cosa inaudita, ma questo processo senza il mio nome non è nulla».

Ma a chi gli chiede se la ’ndrangheta c’è a Reggio Emilia, interviene e risponde ancora il figlio Vincenzo: «Il nome ’ndrangheta noi non sappiamo neanche cosa sia, questa famiglia non sa che cosa sia!». Giuseppe Iaquinta resta a sentire anche il resto della sentenza. E non si nega alle domande dei giornalisti: «Voglio andare fino a Strasburgo, voglio andare avanti. Farò interviste con tutti sul nazionale, sulla Rai, su Canale 5. Perché non ho fatto l’abbreviato? Perché non ho niente da nascondere. Hanno condannato un innocente».

E poi, mentre la sentenza è agli sgoccioli, Giuseppe aggiunge: «Hanno dato più ragione al pentito Valerio che a me che non ho mai avuto problemi con la giustizia. È un processo politico e mediatico». —



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