Aemilia: la notte in cui Reggio Emilia scopre di non avere abbastanza anticorpi
Alle 3 del 28 gennaio 2015 trecento carabinieri vanno a eseguire le 117 ordinanze di custodia: è la data spartiacque dell'inchiesta che ha dato vita al più grande processo per mafia del nord Italia
REGGIO EMILIA È notte fonda quando i carabinieri – un esercito di trecento militari arrivati da tutta la regione – fanno scattare l’operazione Aemilia. È il 28 gennaio del 2015.
Reggio Emilia dorme. Così come il resto della provincia quando scattano le prime manette, quando si aprono case e aziende, si spalancano armadi in cerca di documenti. E prove. Poche ore dopo, sarà una delle albe più difficili per tutta l’Emilia, che d’improvviso si è scoperta nuda di quegli anticorpi di cui, invece, si diceva forte contro attacchi e infiltrazioni della criminalità organizzata.
IL BLITZ Dalle 3 del mattino è un vero e proprio esercito di uomini e mezzi quello che sbarca nel Reggiano. Il comando provinciale in corso Cairoli è assediato, fuori e dentro. Segno inequivocabile che sta capitando qualcosa di grosso.
Nelle stesse ore, i carabinieri si riversano in tutta la provincia. Bussano a casa dei Sarcone a Bibbiano, dei Vertinelli a Montecchio, di Giuseppe Iaquinta a Reggiolo, solo per fare i nomi più importanti che un processo durato due anni e mezzo ha fatto conoscere a tutti. Suonano anche alla porta della casa di Arceto dell’avvocato e politico Giuseppe Pagliani. E in quelle ore appare come il nome più clamoroso della lista.
L’elicottero dell’Arma sorvola il territorio, dalla collina al Po. È un rombo sordo che riecheggia nel silenzio di una notte fredda d’inverno. Chi ha il sonno leggero non può non averlo sentito. Ed essersi chiesto cos’è. La verità di quei movimenti inizia a essere messa a fuoco con le prime luci del mattino, nei primi lanci di agenzia, nel lavoro iniziato prima ancora che facesse giorno dei giornalisti richiamati dalla notizia più importante da qualche decennio a questa parte e che rapidamente rimbalza da un sito all’altro e fa tremare una regione intera: è l’operazione Aemilia, la prima grande inchiesta contro la ’ndrangheta condotta dalla Dda di Bologna in Emilia Romagna.
I NUMERI I numeri parlano chiaro: 117 ordinanze di custodia cautelare, 54 delle quali per associazione di stampo mafioso, 4 per concorso esterno. Ma sono oltre 200 gli indagati ed è di oltre 100 milioni il valore dei beni sequestrati.
Ma non c’è solo Aemilia, quella notte. In quelle stesse ore, c’è un grande spiegamento di forze anche in bassa Lombardia e in Calabria. Con Aemilia, sono arrivate al dunque anche altre due grandi inchieste contro la ’ndrangheta, inevitabilmente collegate l’una all’altra: sono l’inchiesta “Pesci”, coordinata dalla Dda di Brescia e che arriva sino a Mantova, e “Kyterion” della Dda di Catanzaro, nel Crotonese. Altri indagati, altri arresti. E alcuni sono sovrapposti.
Alle 10.45 di quel mercoledì 28 gennaio, l’allora procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, convoca una conferenza stampa nel palazzo della procura della città felsinea.
LA PRIMA CONFERENZA STAMPA Davanti a un folto numero di giornalisti e operatori, accanto ai vertici dei comandi provinciali dell’Arma di tutta l’Emilia, Alfonso snocciola numeri, dati, evidenze dell’inchiesta coordinata in quasi cinque anni di indagine dai pm Marco Mescolini – che gli siede a fianco e che tre anni dopo diventerà procuratore capo di Reggio – e Roberto Pennisi. Per l’occasione, è arrivato da Roma anche il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, che parla subito chiaro: «È una iniziativa storica, senza precedenti nel contrasto alle mafie al nord».
Si scopre che dentro Aemilia ci sono tutti: imprenditori, politici, giornalisti. E forze dell’ordine. E forse è questo l’aspetto che colpisce di più.
E ci sono loro: nomi di origine cutrese che la cronaca da molti anni a quella parte aveva ospitato per fatti forse mai come in quel momento messi a fuoco.
Dentro Aemilia ci sono gli incendi nei cantieri, c’è la cena di Gaida agli “Antichi Sapori”, ci sono le interdittive antimafia del prefetto Antonella De Miro. Pezzi di un puzzle che dentro la cornice dell’inchiesta rivelano l’altro volto – imprevedibile? sottovalutato? – della terra emiliana: la ’ndrangheta non solo c’è, ma si è insediata, radicata e sviluppata. Si è trasformata in una mafia imprenditrice, che ha saputo mettersi la giacca e la cravatta e entrare nei luoghi che contano.
E non è più solo una propaggine della locale di Cutro, guidata da Nicolino Grande Aracri, ma è ormai autonoma, con capi e gerarchie, con tentacoli e affari. Ora, e per la prima volta, si dice che Reggio Emilia ne sia il capoluogo. Una verità che si fa fatica a metabolizzare.
LE REAZIONI La giornata del 28 gennaio 2015, a mano a mano che i dettagli dell’operazione e dell’inchiesta vengono resi noti, per una città e una società che non hanno mai fatto fatica a parlare di antimafia, ma che improvvisamente si scopre vulnerabile e violata, è difficile trovare le parole giuste. Dire “anticorpi” sembra non bastare più. Da affrontare c’è una criminalità organizzata che non è quella che spara. Si parla di affari, si parla di soldi. E Roberti ha parlato anche di elezioni.
Quel 28 gennaio, è stata un giornata molto lunga. E resta una data spartiacque. Ora, due sentenze – una delle quali è definitiva – lo confermano.
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