Gazzetta di Reggio

Reggio

la testimonianza 

La lunga attesa nell’aula-bunker blindata poi urla, rabbia, lacrime e tanta tensione

Tiziano Soresina
La lunga attesa nell’aula-bunker blindata poi urla, rabbia, lacrime e tanta tensione

Sei ore nel prefabbricato per le 400 persone che, dopo lunghe file, hanno assistito al maxi verdetto di ’ndrangheta

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REGGIO EMILIA

Momenti che resteranno ben impressi nella mente di chi – mercoledì, per sei ore – ha gremito l’aula-bunker in cui è “andata in scena” la lettura della sentenza legata al più grande processo di ’ndrangheta mai tenutosi al Nord .



Nelle quasi quattro ore d’attesa è stato soprattutto un incrocio di vite all’interno del vasto prefabbricato: avvocati in toga, magistrati, forze dell’ordine, sindaci in fascia tricolore, giornalisti, fotografi, cameraman, studenti, imputati a piede libero, familiari degli imputati liberi e non, volontari delle associazioni antimafia ma anche diversi cittadini che non si sono voluti perdere un ultimo atto processuale così palpitante. Inizialmente la tensione è palpabile, l’aula si va lentamente riempiendo, c’è fila per entrare perché i controlli al metal detector sono giustamente severi, l’area è ben presidiata (alcuni agenti armati fino ai denti, ma anche tanti in borghese), i cani antiesplosivo hanno da poco ultimato il loro lavoro preventivo. L’arrivo alla spicciolata permette l’amalgamarsi dei presenti: un chiacchiericcio fitto, si susseguono le interviste delle tv collegate con l’aula, con pure qualche rifiuto di concedersi al microfono perché queste vicende marchiate mafia intrecciatesi con il tessuto sociale hanno creato non solo qualche prudenza in più nel parlare, ma anche fratture, contrapposizioni. I detenuti – giunti in tribunale intorno alle 10.30 – non attendono la sentenza nelle “gabbie”, ma nelle stanze di sicurezza. Usciranno solo quando i giudici sono pronti. Sono circa le 11 quando una cancelliera avvisa, al microfono che «problemi di collegamento in videoconferenza faranno slittare di mezz’ora la lettura della sentenza». Ecco perché si attende tanto. E ricomincia il chiacchiericcio. Stavolta non durerà molto e quando attorno allo scranno della Corte comincia ad esserci del movimento, ecco che tutti capiscono e cala un silenzio assordante. I due pm antimafia Marco Mescolini e Beatrice Ronchi piombano in aula con la scorta. Entrano nelle gabbie i detenuti. Suona la campanella, il grande momento è arrivato. Fanno il loro ingresso i tre giudici di Aemilia.



Quattrocento persone in piedi ad ascoltare una voce decisa che corre rapida: è quella del presidente Francesco Caruso, con a fianco i colleghi Cristina Beretti ed Andrea Rat. Sono tre visi tirati, il lavoro certosino svolto per arrivare ad una sentenza monumentale con 148 imputati li ha provati. Ma non sarà una lettura solo faticosa e di oltre due ore, perché le ferite delle condanne fanno esplodere la rabbia. Non ce la fa a trattenersi l’ex calciatore Vincenzo Iaquinta («Vergogna! Siete ridicoli!») che si scatenerà anche fuori dall’aula-bunker, poi sarà la volta di Luigi Silipo e di un suo familiare (una donna) ad andare in escandescenze per due volte, in quanto per il cutrese la condanna è doppia (quasi 22 anni fra rito ordinario e abbreviato). «Bravi, siete grandi!» urlano lasciando piccati l’udienza dopo la declamazione della prima pena, per poi ritornarvi ed attendere l’altro verdetto. Di lì a poco si sgretola anche la fiducia in un’assoluzione di Salvatore Silipo (8 anni di reclusione) che è da non molto agli arresti domiciliari e sbotta: «Non c’entro nulla con quel reato!» grida, alludendo all’estorsione aggravata dal metodo mafioso che per i giudici è provata nei suoi confronti. Un gesto rabbioso, un vociare rancoroso fino all’uscita con i carabinieri che lo tengono d’occhio. C’è chi piange fra i familiari. Urla e reazioni di disappunto però cominciano ad essere frequenti a tal punto che il presidente Caruso si innervosisce pure lui e alza la voce: «Ma la forza pubblica in aula è in grado di mantenere l’ordine?». Parole che hanno peso, si ripiomba nel silenzio. Nelle gabbie, invece, non c’è fermento, pare che regni la rassegnazione. Alfonso Mendicino – per esempio – non batte ciglio dopo aver appreso che è stato condannato a 7 anni e mezzo di reclusione. È come pietrificato. Non era facilmente preventivabile, visto che due anni fa l'artigiano edile aveva alzato un gran polverone con i ripetuti video pubblicati sulla sua pagina Facebook in cui si scagliava senza troppi giri di parole contro i reggiani.



È l’ultima “cavalcata” di nomi, di cifre, di articoli del codice, di beni sequestrati. I mille giorni del maxiprocesso si chiudono qui, salutati da un timido applauso che si alza dal pubblico. La giustizia di primo grado ha fatto il suo corso, rimarcando una cosa su tutte: qui, in Emilia, la ’ndrangheta esiste ed è ben radicata. —





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