Nella sentenza, sessanta pagine di beni confiscati al clan
Sono conti correnti bancari, locali, terreni, immobili, società automobili di lusso e moto sparsi tra l’Emilia e la Calabria per un valore di milioni di euro
REGGIO EMILIA
Conti correnti bancari, locali, terreni, immobili, società e quote societarie, auto, una moto Harley Davidson, sparsi tra l’Emilia e Crotone, per un valore di milioni di euro. La sentenza di primo grado di Aemilia – che ha riservato una particolare severità nei confronti delle figure accusate di reimpiego, secondo il principio “follow the money” – ha sancito la confisca di una miriade di beni, riconducibili soprattutto ai fratelli Giuseppe e Palmo Vertinelli (definiti “il bancomat della cosca”), a Pasquale Brescia, ai Giglio, a Michele Bolognino (discoteche, bar e locali a Parma), già colpiti da sequestri preventivi.
Non tragga in inganno la parola confisca: in ogni caso occorrerà attendere il terzo grado di giudizio affinché i beni passino effettivamente di proprietà dello Stato.
Una sessantina di pagine del dispositivo in rito ordinario riguarda i beni che erano il motore della cosca. La novità è costituita dall’obiettivo di mettere la mano in tasca anche a quegli imputati che finora erano usciti indenni dalle misure patrimoniali e che, secondo il principio della confisca per equivalente, ora sono chiamati a restituire il patrimonio illecitamente accumulato, non esentando nemmeno i pentiti.
Ad esempio nei confronti di Marco Busia, Omar Costi, Francesco Pelaggi, Pasquale Riillo e Mario Vulcano, in solido tra loro, è stata ordinata la confisca dei beni che costituiscono il profitto del reato di cui ai capi 97 e 98, per un valore di 1,5 milioni di euro. Il triplo, 4,5 milioni di euro, il valore dei beni confiscati (in solido tra loro) a Carmine Belfiore, Gianni Floro Vito, Mario Vulcano, Giuseppe (classe ’62) e Palmo Vertinelli, Deborah Croci, Giuseppe Manzoni, Giuseppe Scordo e Valter Zangari: costituiscono il profitto del reato di cui al capo 107.
Nel lungo elenco di proprietà compaiono luoghi assurti a simbolo dell’inchiesta, secondo il metodo abituale della cosca nostrana di “acquisire attività commerciali, da affidare alla gestione di prestanome, sfruttando gli ingenti guadagni derivanti dalla gestione delle attività illecite”.
Tra questi il ristorante “Millefiori” di strada Calerno 12 a Montecchio; nella villa accanto al feudo dei Vertinelli, nel 2017, Cgil e Libera hanno organizzato una cena con prodotti di cooperative che coltivano terreni confiscati alla criminalità organizzata. Il ristorante “Antichi Sapori” di Gaida, location della “cena dei sospetti” del 21 marzo 2012, indetta secondo la Dda per organizzare un'offensiva contro le interdittive antimafia dell’allora prefetto Antonella De Miro. Infine il Circolo Cartagena Club di via Brigata Reggio, che secondo il pentito Antonio Valerio “prima era dei Muto e a un certo punto viene gestito da un gruppo di cinesi”: luogo di regolamento di conti tra diversi componenti del clan. —
AM.P.
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