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Fosse la Festa dell’Unità Internazionale

Fosse la Festa dell’Unità Internazionale

L'editoriale della domenica del direttore della Gazzetta di Reggio, Stefano Scansani.

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REGGIO EMILIA. La conclusione della Grande Guerra compie cent’anni, e tutti li dimostra. Ha vissuto le sue tre età: prima era Festa della Vittoria, poi è divenuta anche Festa delle Forze Armate e quindi è assurta a Festa dell’Unità Nazionale. L’attraversamento della tripla identità ha permesso alla ricorrenza del 4 Novembre di sopravvivere non tanto al tempo calendariale, ma alle mutazioni sociali, politiche, storiche, etiche. Cioè “alla bisogna”, a tutti i cambiamenti capitati nel Novecento e in questo pezzetto di secolo nuovo.

Al traguardo del centenario il Bollettino firmato Diaz – che sta scolpito nel marmo o inciso nei bronzi di tanti municipi – ha perduto di carica e in spirito. Ora più che mai: le celebrazioni e le memorie sono ridotte, sobrie, timide, senza folla. Perché quella guerra va allontanandosi; perché i suoi esiti furono profetizzati nelle parole di Papa Benedetto XV già nel 1917: “Ogni giorno più, apparisce inutile strage”, perché quell’Italia prima schierata con l’Austria-Ungheria aveva optato per la neutralità per poi entrare in conflitto con l’ex alleato; perché dalle tensioni e miserie di quella catastrofe attinse il fascismo. Perché, compiuta la marcia su Roma, Mussolini si sarebbe presentato a Vittorio Emanuele III con la retorica del reducismo: “Maestà, vi porto l’Italia di Vittorio Veneto”.

Le mutazioni di senso della ricorrenza sono state coincidenti con le necessità della nazione. La definizione Festa della Vittoria è perdurata finché sono stati in vita i Ragazzi del ’99 (furono spediti al fronte a diciott’anni), sono stati in vita i grandi invalidi, i combattenti. Quando ancora la memoria di quella guerra era intensa, viva: nelle celebrazioni dentro i cimiteri degli anni Settanta c’erano i veterani che ne avevano combattute due, la Prima e la Seconda, partecipavano le vedove e i cavalieri di Vittorio Veneto, i labari e le corone.

Quella del 4 Novembre è una festa “militare”, delle Forze Armate. Lo era anche in epoca fascista, quando la celebrazione era considerata “Anniversario della Vittoria” con una fortissima caratterizzazione armata, appunto per la potenza militare che il regime intendeva esibire. Successivamente l’intitolazione alle Forze Armate si è coniugata al servizio dei cittadini in armi in un contesto democratico e repubblicano. Da qui anche la parallela dedicazione all’Unità Nazionale, perché la Grande Guerra è ritenuta l’evento che ha completato il Risorgimento e dunque l’unificazione del Paese (la quarta Guerra d’Indipendenza).

Ma siccome l’Italia continua ad essere un corpo disarmonico, ecco che l’effetto Festa dell’Unità Nazionale è stato promosso e sostenuto da vari presidenti della Repubblica. Una medicina contro smanie secessioniste e fratture scomposte per le irrisolvibili doppie velocità dello Stivale.

A questo punto della storia (che è il presente) vien da chiederci a che serve e a chi serve il 4 Novembre, o perlomeno che cos’è per noi cittadini di cent’anni dopo. Anzitutto una storia italiana, un massacro di povera gente, perché la guerra del 1915-1918 ha ficcato e tumulato nelle trincee delle Alpi orientali una fiumana di inconsapevoli, ragazzi, contadini, braccianti, analfabeti, neanche attraversati dal Risorgimento, gente di un Paese incompiuto e sconosciuto a loro stessi. Siciliani sull’Altopiano di Asiago, sardi sull’Ortigara, emiliani sul Piave. Vale anche per i “nemici crucchi”, e per il loro massacro per la salvezza di un sogno imperiale ormai stecchito con Francesco Giuseppe andato all’altro mondo ormai nel 1916.

La Grande Guerra va obbligatoriamente ricordata. Come sacrificio inconsapevole dei protagonisti in divisa, mattatoio patriottico, dolore d’ogni famiglia. Mio nonno paterno, che al suo paese vendeva frutta e verdura, perse due dita per l’esplosione di una granata durante un assalto all’arma bianca. Mio nonno materno, esperto costruttore di fossi al di qua del Po, raccontava che la mitragliatrice abbatteva come mosche i commilitoni bersaglieri. Si salvò cadendo tra i cadaveri. Eppure l’imperatore di Germania Guglielmo II nell’agosto del 1914 aveva assicurato ai suoi soldati una guerra lampo:

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