«La ’ndrangheta a Reggio dagli anni ’70 Dragone non fu la causa ma l’effetto»
Il docente universitario Vittorio Mete analizza il fenomeno mafioso emiliano alla luce del maxiprocesso Aemilia «Non ci si deve fermare alle condanne ma le carte processuali vanno studiate per capire che tipo di gruppo si sia radicato»
L’ANALISI
VITTORIO METE
Se vogliamo capire come la ’ndrangheta è arrivata a Reggio Emilia, come è prosperata e cambiata nel tempo, e che possibilità ci sono che sopravviva a questa decisa battuta d’arresto dovuta all’operazione Aemilia e alla sentenza dell’altro giorno, bisogna evitare i discorsi semplicistici che, purtroppo, sulle mafie (e sulle mafie al centro-nord in particolare) abbondano. L’esempio più calzante di quel che voglio dire riguarda proprio la narrazione pubblica di come la ’ndrina originaria di Cutro si è installata nel Reggiano.
Mi riferisco all’ormai famigerato soggiorno obbligato di Antonio Dragone a Quattro Castella, da tutti acriticamente indicato come il Motivo (con la M maiuscola) della presenza ’ndranghetista a Reggio Emilia. In verità, nello studio che ho dedicato proprio ai processi di radicamento della ’ndrina di Cutro in Emilia (Origine ed evoluzione di un insediamento “tradizionale”. La ’ndrangheta a Reggio Emilia in: R. Sciarrone, Mafie del Nord. Strategie criminali e contesti locali, Donzelli, 2014), mi sono reso conto che la presenza di Dragone in Emilia non è la causa dell’espansione criminale cutrese, bensì, semmai, l’effetto di tale espansione. Dragone riesce a farsi mandare al soggiorno obbligato dove ha contatti, con grande rammarico dell’allora comandante della compagnia dei carabinieri di Crotone che al proposito dirà: «Lo abbiamo estirpato da un ambiente nel quale può muoversi a piacimento, sicuro di amicizie e protezioni, per essere avviato praticamente in un’altra Cutro».
Di criminali di provenienza cutrese, probabilmente non ancor mafiosi, si ha infatti notizia già dalla metà anni ’70. Dico “non ancora mafiosi” perché la ’ndrangheta che conosciamo, contrariamente a quel che comunemente si pensa, non affonda le sue radici nella notte dei tempi, non è un residuo di una società arcaica, bensì il frutto dei processi di modernizzazione che hanno interessato la società meridionale. È dunque un prodotto relativamente recente, che nel nostro caso risale alla metà degli anni ’70, quando Dragone da criminale comune fa il “salto di qualità” probabilmente a causa delle sue frequentazioni in carcere. Ma torniamo a Reggio. Per capire cosa c’era prima di Dragone e farmi un’idea di quando il problema ’ndrangheta fosse stato tematizzato in questo territorio, intervistai un magistrato in servizio a Reggio Emilia sul finire degli anni ’70. Ebbene, lui mi disse che il tema si pose con una certa forza per la prima volta nel 1979, tre anni prima dell’arrivo di Dragone a Quattro Castella, in occasione dell’incendio doloso, appiccato a fini estorsivi, del Pink Pussy Cat. Nell’incendio del night club perì uno dei fratelli Vasapollo e questo aprì uno scontro interno al gruppo, nel quale fu poi coinvolto Paolo Bellini. Ma questa è un’altra storia.
Cosa facevano questi soggetti certamente criminali ma, ripeto, forse non ancora mafiosi (nel senso di non appartenenti ad un gruppo organizzato, con gerarchie interne, riconosciuto da altri gruppi di ’ndrangheta in Calabria etc.) nel Reggiano? Cosa li aveva richiamati lì? Anche qui la storia è molto lunga, ma, in breve, possiamo dire che si tratta di estorsioni, che oserei definire “quasi etniche”, cioè ai danni dei propri compaesani. Compaesani, non corregionali, alcuni dei quali erano lì già da un ventennio ed erano economicamente, più che socialmente, piuttosto ben inseriti. Compaesani che conoscevano la reputazione criminale di chi gli chiedeva soldi e che, avendo beni ed affetti in Calabria, era vulnerabile ad eventuali ritorsioni da parte di questi soggetti. Poi traffico di droga che, anche qui in maniera controintuitiva, non andava dal sud al nord, ma seguiva la rotta opposta. Era il periodo della diffusione dell’eroina che arrivava seguendo la rotta balcanica e che in Italia vedeva Verona e Milano come principali piazze di approvvigionamento (e Bologna e Modena come piazze comunque importanti). Il contesto era propizio per fare affari: ci si procurava la droga nelle regioni del centro-nord e la si portava in Calabria per venderla. Per questo è importante, per capire i meccanismi di diffusione delle mafie, studiare il contesto in cui esse si inseriscono. Perciò, se non del tutto falsa, è almeno semplicistica l’idea che i mafiosi decidano dove andare e ovunque vadano riescono sempre ad affermarsi. Ci sono condizioni del contesto e condizioni di quello specifico gruppo che devono “felicemente” incrociarsi per generare, forse, un insediamento criminale duraturo, come quello di matrice cutrese a Reggio Emilia.
E queste condizioni cambiano, sia quelle del contesto sia quelle del gruppo. E se cambiano, le presenze si rafforzano o si assottigliano. Perciò, un certo assetto del mercato della droga è un elemento propizio, ma poi l’eroina “passa di moda”, cambia la filiera del traffico, nuovi (temibili) soggetti si affacciano sulla scena e così via. Allo stesso modo, il gruppo criminale è stato messo a dura prova fin dalla seconda metà degli anni ’70, sia dalla magistratura sia dai laceranti conflitti intestini. Perciò la presenza mafiosa nel Reggiano, ma questo vale anche per altri insediamenti in altre zone d’Italia, ha registrato alti e bassi.
E questi alti e bassi dipendono sia da ciò che succede nella società e nell’economia reggiana sia da quel che accade nel gruppo criminale. Le estorsioni e la droga a cavallo degli anni ’80; il boom edilizio e i lavori dell’alta velocità due decenni più tardi. Come ben sappiano nel Reggiano c’è una forte comunità cutrese ma con ora diversi familiari in carcere.
Immagino che non servirà a far diminuire il conflitto latente, ma con picchi di elevata visibilità, che si è registrato negli ultimi 10 anni. Anche qui il discorso sarebbe complesso, ma forse lo si può riportare a ciò che accade anche in altre parti d’Italia.
Purtroppo, la superficialità dell’analisi porta a sovrapporre spesso “calabrese” (in questo caso “cutrese”) con “’ndranghetista”. È una difficoltà di mettere a fuoco la distinzione che non hanno solo i giornalisti o gli attivisti antimafia, ma riguarda anche coloro che conducono le indagini. Basta leggere le carte giudiziarie e si vedrà che sono costellate di “anch’egli di origine calabrese”, come se questo fosse di per sé un elemento di sospetto. Non mi riferisco specificamente all’indagine Aemilia, ma è una cosa che si riscontra un po’ ovunque nelle indagini sulle mafie al nord. Ciò rimanda a un problema che è di natura concettuale, vale a dire chi è etichettabile come “mafioso”. A rigore, dovrebbero esserlo solo quelli condannati in via definitiva per il reato di cui all’art. 416-bis del codice penale. Con la “complicazione” che anche Buzzi e Carminati, se la sentenza di Appello sarà confermata in Cassazione, sono da considerare come “mafiosi”, sebbene in un senso diverso da quello che attribuiamo a coloro che provengono da Calabria, Campania e Sicilia. Poi ci sono i parenti, gli amici, i colleghi di coloro che sono condannati per 416-bis che tendiamo a definire “mafiosi”, anche perché in qualche caso le interdittive antimafia o altre misure preventive (tra cui lo scioglimento dei Comuni, vedi Brescello) li riguardano direttamente. Ma questi sono “mafiosi” allo stesso modo? Probabilmente no. Il problema è che i due piani, giudiziario e – diciamo così – reputazionale, spesso vanno in cortocircuito e tante persone che non hanno nulla a che fare con i mafiosi propriamente detti (i condannati per 416-bis) ne fanno le spese.
Ma che tipo di ’ndrangheta è quella presente a Reggio Emilia? Come dicevo, è cambiata nel corso del tempo. E non può che essere così: negli ultimi 40 anni sono cambiate l’economia, la famiglia, la scuola, la chiesa… Solo chi banalizza il fenomeno lo presenta come immutabile (stupendosi che queste persone usino Facebook, parlino inglese o prendano l’aereo). Detto questo, sulle caratteristiche del gruppo criminale non ho molto da aggiungere al quadro che ne hanno fatto i magistrati e le forze dell’ordine. Insisto però nel dire che ciò che, con un’estrema semplificazione, continuiamo a chiamare con una parola sola, cioè ’ndrangheta, racchiude una fenomenologia molto variegata. Accanto a gruppi forti ci sono gruppi deboli, accanto a quelli ricchi, quelli poveri, insieme a quelli che sono nei circuiti internazionale del narcotraffico quelli che da tali traffici sono esclusi. Non sembri questa una distinzione meramente, in senso deteriore, accademica.
È invece importante capire le caratteristiche del gruppo criminale perché, per restare all’ultimo aspetto citato, se si è inseriti nel traffico di droga si ha anche la necessità di riciclare e si può investire nell’edilizia o nell’acquisto di appartamenti etc. Perciò è importante studiare a fondo le carte del processo, non fermarsi alle condanne. È importante per capire che tipo di gruppo di ’ndrangheta è questo, da questa analisi discende una valutazione sensata – e non sensazionalistica – del coinvolgimento dell’economia, della politica, della società reggiana.
Nel maxi processo avvocati difensori e alcuni testimoni hanno parlato di cutresi discriminati in Emilia, di tanti pregiudizi nei loro confronti. Beh, gli avvocati fanno il loro mestiere, così come lo fanno i magistrati e le forze dell’ordine. Voglio dire che le dinamiche processuali e i documenti giudiziari seguono logiche proprie, vanno interpretate nel loro contesto e per le finalità per le quali sono prodotte. Dopodiché, vale quel che dicevo prima: nel dibattito pubblico, ma anche tra gli specialisti a dire il vero, il tema dei confini delle mafie è molto confuso e insoddisfacente ed è plausibile che ciò conduca alla creazione di un clima per il quale è facile confondere il criminale (colui che ha commesso un reato) col contesto (i cutresi, i calabresi) di cui fa parte. E il contesto (i cutresi, i calabresi), che non c’entra nulla col crimine, ne fa le spese. È un meccanismo all’opera non solo a proposito delle mafie, basti pensare all’equivalenza che si fa tra immigrazione e criminalità, per la quale alcuni gruppi nazionali portano su di sé lo stigma che deriva dai delitti (e dalla eco che hanno sui media) che alcuni loro connazionali commettono. Ma, come si vede, è un meccanismo sociale potente, capace di cambiare credenze pregresse, comportamenti quotidiani, orientamenti politici…
Le sentenze poi parlano di una terra di mezzo, di una zona grigia in cui il clan si è infilato. Sono due cose diverse.
La metafora della terra di mezzo rimanda all’idea che ci sia un’area intermedia che si frappone tra i buoni (l’economia legale, la società civile, la buona politica) e i cattivi (i mafiosi). La terra di mezzo qui sarebbero i reggiani coinvolti e condannati nell’indagine.
La zona (o area) grigia ha diverse interpretazioni. Quella che ne abbiamo dato nelle ricerche condotte col gruppo coordinato da Rocco Sciarrone dell’Università di Torino interpreta questa area grigia come l’area, ampia, dell’illegalità. Questa area dell’illegalità è popolata da diversi soggetti, ognuno dei quali dotato di risorse e competenze peculiari.
Ci sono i politici e i dirigenti della pubblica amministrazione che detengono risorse di autorità e influenti relazioni sociali; ci sono gli imprenditori e i liberi professionisti che possono vantare risorse economiche e capacità imprenditoriali; ci sono i mafiosi che, invece, capacità imprenditoriali non hanno (e a volte nemmeno soldi, dipende da che gruppi sono), ma sono dotati (principalmente, ma non esclusivamente) della risorsa della violenza, agita o anche solo credibilmente minacciata. Ecco, se si vuole fare un’analisi realistica dei fenomeni illegali, bisogna mettere da parte l’idea che i mafiosi sappiano fare tutto e bastano a sé stessi. Bisogna considerare le convergenze, gli incastri, le convenienze tra loro e gli altri soggetti, tutti vocati all’illegalità, ma non tutti mafiosi. E bisogna considerare anche i conflitti, le fregature, i rapporti di potere, le contingenze che danno forma alla geometria relazionale tra tali soggetti. Se si facesse questo lavoro di analisi, come noi abbiamo fatto nella ricerca sull’area grigia al Sud (Alleanze nell’ombra. Mafie ed economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno, a cura di R. Sciarrone, Donzelli, 2011), si scoprirebbe che non solo al nord, ma nemmeno al sud i gruppi mafiosi prevalgono sempre e comunque in questa area grigia. Cioè, non sempre guadagnano più degli altri, non sempre iniziano o dirigono il gioco criminale, non sempre la spuntano nei giochi di potere. A volte sì, a volte no.
Di recente i pentiti nel maxiprocesso hanno lanciato l’allarme: la cosca si sta riorganizzando con le giovani leve. Più che ai pentiti, per capire cosa può accadere nel prossimo futuro, guarderei a quel che è successo al gruppo criminale in questi 40 anni di presenza emiliana. Come dicevo, ci sono stati alti e bassi, un po’ per i cambiamenti del contesto (in alcuni momenti più appetibile, in altri meno), un po’ per i cambiamenti del gruppo (autodistruzione per le lotte interne; etero-distruzione per l’azione della magistratura). Di solito, una dura azione repressiva non è una cosa che lascia indenne il gruppo. Ma, come mostra in maniera convincente Luciano Brancaccio a proposito della camorra in un suo recente volume (I clan di camorra. Genesi e storia, Donzelli, 2017), si potrebbe dire con uno slogan che i gruppi passano, le famiglie restano. Voglio dire che, anche qui, dobbiamo distinguere tra gruppi criminali che agiscono per un certo periodo su un territorio e che poi, magari, sono debellati da un’operazione come questa condotta in maniera efficace dalla Dda di Bologna, e le appartenenze mafiose di lungo periodo che spesso risiedono nelle famiglie di sangue e che, un domani, possono generare nuovi gruppi. I pentiti non hanno capacità divinatorie: sta alle istituzioni (tutte) e ai cittadini (di qualunque estrazione e provenienza) impedire che il fenomeno criminale germogli nuovamente. —
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