Aemilia, il destino dell’aula-bunker non è più dentro il nostro tribunale
Interpellanza del forzista Bassi sulle sorti del prefabbricato ma sembra tramontata l’idea di svolgere l’Appello a Reggio
REGGIO EMILIA Ora che è finito il maxiprocesso Aemilia, quale sarà il destino del prefabbricato in acciaio che ha accolto per due anni e mezzo il più grande procedimento contro la ’ndrangheta al nord? Se l’è chiesto l’avvocato Claudio Bassi sia con la toga addosso (è uno degli oltre cento difensori che hanno affrontato le 195 udienze di Aemilia) sia come consigliere comunale forzista che, rivolgendosi con un’interpellanza alla giunta, chiede lumi sul futuro dell’aula-bunker, caldeggiandone il mantenimento nel cortile del nostro tribunale in vista dell’Appello.
«L’AULA-BUNKER RESTI A REGGIO» Un’interpellanza che tira in ballo due volte il Comune e conseguentemente il sindaco Luca Vecchi, in quanto l’area del palazzo di giustizia è di proprietà comunale e pure il prefabbricato è stato in gran parte finanziato dalle casse dell’ente pubblico. Bassi parte dall’assunto che sarà necessaria l’infrastruttura anche in Appello alla luce delle numerosissime condanne, inoltre riprende la recente proposta del procuratore generale Ignazio De Francisci di celebrare nell’aula-bunker di Reggio Emilia il processo d’Appello in quanto a Bologna non vi sono luoghi idonei che possano accogliere un procedimento così mastodontico (in primo grado 5 magistrati, 148 imputati, 40 parti civili, quasi 200 avvocati, centinaia di testimoni, un pubblico variegato). «Si auspica che detto procedimento di secondo grado – scrive Bassi nell’interpellanza – venga celebrato nell’aula-bunker del tribunale di Reggio Emilia, dimostratasi assolutamente idonea alla soddisfazione delle esigenze degli operatori di giustizia ed anche per agevolarne la partecipazione dei parenti degli imputati e dei cittadini».
VIA DAL CORTILE Ma da quanto “filtra” il destino del prefabbricato di mille metri quadrati – costato 580mila euro, ospitante 400 persone di cui 300 a sedere – non è più all’interno del palazzo di giustizia di via Paterlini, anche se probabilmente non velocemente, visto che è in corso il processo Aemilia bis e a febbraio inizierà quello ancora più delicato sugli omicidi del 1992, entrambi con la necessità di collegamenti in videoconferenza con alcuni collaboratori di giustizia o con detenuti al carcere duro. Anche la recente dichiarazione alla stampa del procuratore generale De Francisci («La mia idea non ha ottenuto alcun plauso ed è stata lasciata cadere nel vuoto») sembra proprio andare in tal senso e le spese aggiuntive di trasferta (magistrati e cancellieri dovrebbe spostarsi ad ogni udienza da Bologna a Reggio Emilia) parrebbero al momento sconsigliare il processo di secondo grado nell’aula-bunker. Ma allora dove finirà? Già smontarla avrà un costo non indifferente (si parla di centomila euro), poi le ipotesi possono essere tante: un utilizzo a Bologna in un’area ad hoc per l’Appello; il posizionamento in un’altra zona della nostra città per un uso diverso; la divisione in due del prefabbricato, con effetto quindi meno impattante; la vendita dell’intera struttura.
LE NUOVE TECNOLOGIE Un altro problema è legato alla tecnologia (in primis l’apparecchiatura per le videoconferenze) approdata in tribunale a Reggio Emilia per poter svolgere il maxiprocesso.
Attrezzatura moderna e costosa messa a disposizione dal ministero della Giustizia. Se rimarrà nel nostro palazzo di giustizia (e l’aula di Assise pare quella idonea ad accoglierla) il foro reggiano si confermerà all’avanguardia, in caso contrario sarebbe un bel passo indietro. —
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