Reggio festeggiava la guerra vinta Non sarebbe stata mai più la stessa
Rimasero profonde ferite nelle famiglie dei combattenti ma anche in coloro che al conflitto si erano opposti
La Prima guerra mondiale si è conclusa 100 anni fa eppure è estremamente presente nelle nostre vita quotidiane. Lo è nelle migliaia di monumenti e targhe commemorative dei morti che arredano ogni piazza di ogni comune italiano. Luoghi che percorriamo abitualmente, senza nemmeno più fare caso a quelle rappresentazioni della morte gloriosa con statue di soldati e di angeli alati. E se il fascismo ha investito molte risorse, economiche e culturali, per fare del conflitto il proprio mito fondante, il motivo è proprio nella capillarità delle morti, che hanno caratterizzato davvero ogni angolo della giovane nazione Italia. Al punto da far scrivere a diversi storici che proprio l'esperienza delle trincee “fece gli italiani”, per citare Massimo D'Azeglio all'indomani dell'Unità.
Senza dilungarsi sulle conseguenze dell'entrata in guerra dell'Italia e sulle conseguenze della sua conclusione – da lì partirono le tensioni economiche e dunque sociali che favorirono l'affermazione del fascismo – è fondamentale andare a quegli anni di inizio Novecento per comprendere molti successivi sviluppi di Reggio Emilia.
La città, retta nel 1914 da una giunta socialista, vive con particolare passione il contrasto fra neutralisti – coloro che volevano rimanere estranei al conflitto – e gli interventisti, in cui il patriottismo risorgimentale si muta in vero e proprio nazionalismo. Nella guerra viene individuato un modo per temprare le giovani generazioni dopo il lassismo da Belle Epoque e portare a compimento l'unità di tutti i territori idealmente italiani. Il contrasto fra le due fazioni alza progressivamente i toni fino a veri e propri scontri armati.
A Reggio Emilia nel febbraio 1915, proprio durante una manifestazione contro il comizio del deputato socialista e irredentista trentino Cesare Battisti, vengono uccisi nella piazza davanto al Politeama Ariosto due giovani nemmeno ventenni: Mario Baricchi e Fermo Angioletti. I due giovani sono stati a lungo dimenticati, dato il corso degli eventi, mentre a Battisti “martire” per l'Italia viene intitolata la piazza del Monte in città all'indomani della sua morte nel 1916.
L'Italia poi in guerra entra davvero, i soldati partono nonostante manifestazioni di protesta soprattutto delle donne. Proteste vigorose: a Cadelbosco Sotto diverse abitanti si sdraiano sulle rotaie per non far partire i treni carichi dei loro congiunti. La guerra porta maggiori commesse alle industrie, la cui produzione serviva allo sforzo bellico; favorisce un maggior ruolo delle donne nella vita economica – in sostituzione degli uomini al fronte – e pubblica nel rassicurante ruolo di crocerossine o di animatrici di Comitati di assistenza.
E porta anche qualcosa di totalmente nuovo: la paura dei bombardamenti. Non si conoscevano gli aeroplani, non se ne conosceva la potenza, il rumore e tanto meno si sapeva cosa fossero le bombe o i bombardamenti; così, quando per la prima volta suona la sirena antiaerea in città, mentre l'illuminazione pubblica viene oscurata, la popolazione si sveglia all'improvviso senza saper bene cosa fare, più incuriosita che spaventata.
C’è chi si rifugia nelle cantine, chi si riversa nelle strade per guardare il cielo e chi semplicemente si mette a chiacchierare con i vicini o con i passanti.
Ma è con la ritirata disastrosa di Caporetto nel 1917 che Reggio Emilia si trova improvvisamente molto più vicina al fronte, rivestendo quindi un nuovo ruolo strategico. È in quel periodo che a Reggio viene creato il Centro psichiatrico di prima raccolta per i soldati con gravi problemi psichici. In poco tempo l’ospedale San Lazzaro non è in grado di accogliere tutti i militari ed anche il teatro Municipale viene requisito per ospitare militari feriti, come mostra una celebre fotografia custodita in Biblioteca Panizzi. Ma la guerra a Reggio lascia profonde tracce anche in chi vi si oppose fermamente. Mario e Fermo, i due ragazzi morti mentre manifestavano contro una possibile entrata in guerra dell'Italia, facevano parte di un più vasto movimento di opposizione alla politica nazionalista e a quella ambigua dei socialisti del “né aderire né sabotare”. La loro uccisione ad esempio determina il definitivo distacco dal Partito Socialista di un giovanissimo Camillo Berneri, presente in piazza, passato al movimento anarchico di cui diviene uno dei più importanti intellettuali. Infine la guerra favorisce una presa di coscienza del proprio ruolo per parte della popolazione femminile, soprattutto delle operaie impiegate al Setificio nazionale (poi noto come Calzificio Bloch).
Il conflitto ne determina una storia avvincente fatta di battaglie per i diritti delle lavoratrici e delle donne, contro il fascismo come, del secondo dopoguerra, per politiche del lavoro e accordi sindacali sempre migliorativi. —
* ricercatrice di Istoreco
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