«Ndrangheta? Fa paura e non fa parte di noi»
Alle Iene, Vincenzo Iaquinta grida l’innocenza sua e del padre «Non ho bisogno del clan, la verità ora deve venire fuori»
REGGIO EMILIA
Rabbia, tensione, la voglia di gridare ai quattro venti che lui e suo padre sono innocenti «ed essere accostati a questa ’ndrangheta è la cosa più brutta che mi poteva capitare, una cosa che deve stare lontana perché non fa parte di noi». Dopo la veemente replica – dentro e fuori dall’aula-bunker di Aemilia – al verdetto di condanna di primo grado emesso mercoledì al maxiprocesso, ieri sera l’ex calciatore Vincenzo Iaquinta è tornato a parlare a “Le Iene” su Italia 1 in una lunga intervista con Giulio Golia.
«LA MAFIA FA PAURA»
Un campione del mondo legato alla ’ndrangheta? L’idea fa paura anche all’ex giocatore di Juventus, Udinese e Nazionale. Si proclama innocente, sostenendo che lui e suo padre Giuseppe Iaquinta sono stati condannati perché calabresi di Cutro: «Essere di quel paese non vuol dire che tu sia ’ndranghetista, è questo che non capisco, hanno fatto di tutta un’erba un fascio».
«LE ARMI? UN’INGENUITA’»
Si sofferma sull’ormai stranota vicenda delle armi: «Ho preso il porto d’armi con due armi dichiarate. Ero sempre a Torino e nel 2014 mia sorella mi chiese se poteva andare ad abitare a casa mia, dove io detenevo regolarmente queste armi. Mio padre, a mia insaputa, per sicurezza ha preso queste armi, le ha trasferite a casa sua, in cassaforte. È stata un’ingenuità di mio padre». Tra le accuse c’è anche quella che la ’ndrangheta avrebbe facilitato la sua carriera. Vincenzo nega con foga: «Ma stiamo scherzando, tutte fesserie! È la cosa più schifosa che hanno detto i pentiti: io ho fatto 90 gol in serie A e 40 presenze in Nazionale, ho vinto un Mondiale. Io ho guadagnato dei soldi, non ho bisogno della ’ndrangheta». Poi le amicizie calabresi, la conoscenza con il boss: «Conoscere queste persone non vuol dire essere ’ndranghetista. Abbiamo la casa in un villaggio, di fianco abita il fratello di Nicolino Grande Aracri. Un giorno Nicola è entrato, è venuto lì per salutarci perché c’ero io. Queste persone sono orgogliose di me, di quello che ho fatto a livello calcistico. E abbiamo fatto la foto che poi è andata su Facebook ed è agli atti dicendo che era un summit di ’ndrangheta. A mezzogiorno, con dei bambini. E tu vai a pubblicarlo su Facebook?».
«UN PROCESSO MEDIATICO»
Ha una sua interpretazione di quanto avvenuto in aula: «Può essere che questo processo, se assolvevano mio padre, poteva cadere perché non c’era più un’immagine per i media. Perché lo stiamo tenendo su noi questo processo. Ci sono state 119 condanne, hanno parlato solo di Iaquinta Giuseppe e Vincenzo Iaquinta. A essere famosi ci sono i pro e i contro. I giornali mettono solo: due anni a Iaquinta per ’ndrangheta, maledizione!». Racconta un episodio significativo: «Un giorno mi sono fermato al McDonald’s. Una signora che era alla cassa mi ha riconosciuto: “Ah, c’è Iaquinta”. E di là quello che lavava i piatti ha detto: “Ah, quel mafioso!”. E io c’avevo i bambini in macchina». Vi saranno altri due gradi di giudizio: «Ho fiducia nella giustizia, al 100 per cento sull’innocenza di mio padre». —
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