Gazzetta di Reggio

Reggio

Condannato nel processo Aemilia sequestra 5 impiegati delle Poste

Enrico Lorenzo Tidona
Condannato nel processo Aemilia sequestra 5 impiegati delle Poste

Francesco Amato tiene sotto scatto la città e cerca la ribalta: «Sono innocente». Minacce col coltello e poi la resa

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Lo cercavano da cinque giorni per arrestarlo dopo la condanna a 19 anni di carcere per associazione mafiosa nel maxi processo Aemilia. Ma Francesco Amato non si è fatto prendere fino a ieri, alle 16.44, fermato dopo aver generato un incubo durato 8 ore, che ha tenuto sotto scacco Reggio Emilia, città portata così agli onori delle cronache nazionali.

Amato, 55 anni, pregiudicato originario di Rosarno tra i più noti nelle aule del tribunale di Reggio, si è barricato dalle 9 del mattino nell’ufficio postale di Pieve Modolena, situato alle porte della città. «Sono innocente, non ho ucciso nessuno, 19 anni di carcere sono troppi» ha urlato più volte. Per far valere la sua estraneità ha tenuto in ostaggio 5 persone, tutte dipendenti delle Poste: un sequestro seguito in diretta nazionale, palcoscenico usato da Amato per tentare di smontare le accuse di mafia.

Poi, dopo un’estenuante trattativa, si è arreso, in lacrime, facendo uscire prima gli ostaggi e lasciando poi a terra la lunga lama che non ha esitato a puntare contro la schiena di uno dei suoi ostaggi, facendo salire la tensione alle stelle, stemperata poi dai mediatori che hanno evitato l’irruzione delle teste di cuoio, pronte a entrare con la forza qualora la situazione fosse degenerata.



Alle 16.44 sono usciti tutti incolumi i quattro dipendenti dell’ufficio tenuti in ostaggio da Amato. Una cassiera, Annalisa Caluzzi, è stata rilasciata nel primo pomeriggio dopo essersi sentita male, soccorsa subito dal 118. Intanto dentro restavano la direttrice, Emanuela Montanari, donna di ferro, che ha mantenuto la calma e fatto a sua volta da mediatrice.

Con lei i colleghi Marisa Borelli (dell’agenzia di Cadelbosco ma distaccata ieri in sostituzione di un collega in ferie), Massimo Maini (l’unico uomo, colui che ha visto più da vicino la lama lunga 25 centimetri) e Anna Maria Melito.



Amato è entrato pochi minuti dopo le 9 nell’agenzia al numero 160 di via Fratelli Cervi, strada che collega Reggio a Parma. All’interno c’erano una manciata di clienti. Dentro una cartellina che portava sotto braccio, Manuzza – soprannominato così per una deformazione al braccio destro – aveva il coltello da cucina, sguainato davanti a clienti e impiegati impietriti: «Fuori tutti, fuori tutti» ha urlato a squarciagola il pluripregiudicato calabrese di origine sinti, affiliato alla cosca egemone a Reggio Emilia. Con un cenno i clienti sono usciti mentre gli impiegati sono rimasti dentro, con le porte chiuse dall’interno. Subito è partito l’allarme alle forze dell’ordine. In pochi istanti, però, si è capito che non si trattava di una rapina. L’uomo all’interno delle Poste è stato riconosciuto subito: «É quello di Aemilia». Arrivano i carabinieri ma lui minaccia: «Vi ammazzo tutti». La situazione rischia subito di sfuggire di mano. Da lì parte uno dei più imponenti dispositivi di emergenza mai visto a Reggio Emilia.



Le Poste vengono messe sotto assedio. Parte subito l’opera di dissuasione da parte dei negoziatori del reparto operativo dei carabinieri di Reggio Emilia. Colloqui attraverso i vetri dell’ufficio postale e via telefono. Dentro c’è Amato, sull’angolo sinistro, che controlla gli ostaggi e dopo le prime fasi concitate sembra tranquillo. Dopo due ore che carabinieri e polizia stanno piantonando l’ufficio la situazione non si sblocca. Amato non è lì per i soldi, ha una sola richiesta: «Voglio parlare con il ministro Salvini» urla a ripetizione. Gli offrono una via di mezzo: dal prefetto al capo di gabinetto del ministro. Lui non cede e rimarrà fermo in quella richiesta fino a sera, causando una pericolosa impasse nelle trattative. Più passa il tempo più sembrano in salita.



Fuori dall’ufficio postale di Pieve si è subito formato un assembramento di curiosi, che stanno seguendo minuto dopo minuto l’inquietante vicenda. Scatta il pugno duro: i carabinieri stabiliscono una zona rossa, chiudono trecento metri di tratto della via Emilia deviando il traffico. I carabinieri impongono la chiusura a chiave delle porte di uffici e concessionarie lì attorno. I curiosi vengono allontanati mentre si accendono le dirette delle tivù nazionali, arrivate in forze. Il sequestro di Reggio Emilia è diventata infatti la notizia del giorno. Il pregiudicato ha un telefono, così come gli ostaggi, che possono mandare messaggi e fare qualche telefonata all’esterno, dove nel frattempo sono giunti i loro familiari, in apprensione per l’incubo dal quale Reggio non riesce a liberarsi.

Amato lascia loro libertà limitata di movimento, la direttrice lo tiene a bada con le parole. Fuori, intanto, arriva il Gis di Livorno, le teste di cuoio che cominciano a prepararsi per l’irruzione.



Arrivano i massimi gradi delle forze dell’ordine. Con loro anche il nuovo capo della procura di Reggio, Marco Mescolini, pm del processo Aemilia, le cui indagini hanno portato all’incriminazione per mafia di Amato. Con lui il pm Iacopo Berardi, poi il vicesindaco Matteo Sassi, il sindaco Luca Vecchi. Arrivano gli artificieri, i reparti speciali, la squadra mobile della questura è già lì.

Dietro i due cordoni che delimitano il tratto di strada interrotto, arrivano i familiari di Amato. Lo difendono, anche loro cercano le telecamere: «Lo sta facendo perché pensa di aver avuto una condanna ingiusta» dice la nipote. Con lei una decina almeno di parenti. Alle 12 la prima impiegata viene fatta uscire dall’ufficio postale e sviene tra le braccia dei carabinieri. Alle 13.20 il sequestratore si innervosisce: tornano le urla e lui punta un coltello alla schiena dell’impiegato.

Poi la svolta, dopo le 16. I carabinieri fanno leva su tutto, fede compresa. «Ormai sei su tutte le tivù». Si arrende. I suoi familiari urlano contro l’antimafia mentre Amato viene scortato in caserma e gli ostaggi abbracciano i parenti tra le lacrime. —



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