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CHI È FRANCESCO AMATO 

Dal tazebao della vigilia alla condanna a 19 anni

Dal tazebao della vigilia alla condanna a 19 anni

Giudicato con rito ordinario, secondo la Corte è colpevole di associazione a delinquere di stampo mafioso

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REGGIO EMILIA

Chi lo conosce più da vicino diceva che si sarebbe consegnato di sua spontanea volontà. Ma, dopo la condanna del 31 ottobre scorso e dal momento dell’emissione della misura cautelare, Francesco Amato era sparito.

Almeno fino a ieri mattina, quando Amato ha fatto irruzione armato alle Poste di Pieve Modolena, ha fatto uscire i clienti presenti e si è asseragliato all’interno dell’ufficio con i dipendenti.

LA CONDANNA

Francesco Amato è stato condannato in primo grado a Reggio, con rito ordinario, a 19 anni e un mese di carcere nel maxi processo Aemilia. Sentenza emessa perché, come altri 33 imputati, considerato parte dell’associazione ’ndranghetistica: è stato colpito dall’ordinanza di arresto immediato insieme ad altri 14 condannati in primo grado, anche se in attesa degli ulteriori gradi di giudizio.

LA DIFESA

«Ho commesso decine di furti, ho imputazioni per porto abusivo di arma, non ho mai avuto a che fare con la droga perché lì duri un paio di anni poi ti prendono», era stata la testimonianza di Amato, che aveva parlato in aula anche il 16 ottobre scorso, nell’ultima udienza prima della sentenza. «Ma non ho avuto contatti con nessuna delle altre persone qua al processo. Come fanno a dire i pm che da quando c’è stato l’arresto, nel 2015, fino al 2018, io ho continuato a delinquere con la ’ndrangheta in questo periodo?». Uno sfogo davanti ai giudici: «Ho 55 anni, sono andato spesso in galera. Non ho mai avuto il 416

bis in Calabria e adesso lo prendo a Reggio Emilia? Mi sembra impossibile».

IL TAZEBAO DAVANTI AL TRIBUNALE

Fu suo poi il tazebao pieno zeppo di invettive sul processo Aemilia. «Se succede qualcosa al giudice Cristina Beretti la colpa è dei pubblici ministeri che non hanno fatto le indagini».

Nelle brevi dichiarazioni di Amato, 55 anni, c’è anche questo cupo passaggio, in cui fa riferimento al tazebao pieno zeppo di invettive, affisso provocatoriamente nel marzo 2016 – alla vigilia dell’inizio del maxi processo – sulla bacheca comunale situata davanti al tribunale.

Amato a suo tempo si autodenunciò – in aula – del gesto e ha poi sostenuto che in quel cartello era presente anche il nome di chi avrebbe poi minacciato l’attuale presidente del nostro tribunale, Cristina Beretti, e membro del collegio dei giudici di Aemilia, che da un anno e mezzo vive sotto scorta.

Per quelle minacce, fatte al giudice e a due sostitute della procura, poche settimane fa sono stati arrestati Aldo Ruffini, al centro di un’inchiesta che ha portato la guardia di finanza di Reggio a sequestrargli la maggior parte dei beni, e don Ercole Artoni (che si trova agli arresti domiciliari), fondatore della comunità Papa Giovanni XXIII di Reggio. —

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