«Ha fatto parlare di sè in modo teatrale prima di finire in cella»
REGGIO EMILIA«È un gesto di protesta, è evidente. Un gesto dettato dalla disperazione per una condanna così dura. L’intento di Francesco Amato era sicuramente quello di parlare con un magistrato o...
REGGIO EMILIA
«È un gesto di protesta, è evidente. Un gesto dettato dalla disperazione per una condanna così dura. L’intento di Francesco Amato era sicuramente quello di parlare con un magistrato o con un rappresentante delle istituzioni di alto livello. Poi, forse, la situazione gli è sfuggita di mano».
A parlare – prima dell’arrivo delle tv e dei media nazionali da tutta Italia, assenti alla lettura della sentenza ma accorsi ieri in massa a Reggio Emilia, a dimostrazione che lo scopo del piano di Francesco Amato è stato raggiunto – è un altro dei condannati in primo grado del maxiprocesso Aemilia.
Alle 10, appoggiato a un palo della luce, l’uomo coinvolto nel maxiprocesso di ’ndrangheta – a sua volta condannato con rito ordinario – ha chiesto l’anonimato e ha dato una “lettura” della giornata, senza precedenti per la nostra città.
«Conosco Francesco Amato: non è una persona violenta, non è nemmeno pericoloso, tra l’altro è offeso a una mano. È conosciuto come “Ciccio” o “manuzza” e non ha mai fatto male a nessuno. L’ho sentito più di una volta deporre nell’aula bunker e protestare la sua innocenza: non è servito, 19 anni sono tanti».
Compiendo un reato con tanto di ostaggi, però, Amato non ha fatto altro che aggravare la sua posizione penale. «Senza dubbio, ma le condanne di Aemilia sono state talmente eclatanti… Non posso sapere cosa passi per la testa altrui, ma a mio parere quando non si è fatto trovare dai carabinieri credo avesse già in mente un piano per attirare l’attenzione sulla sua posizione e su una sentenza che ritiene ingiusta e sproporzionata. Se avesse voluto i soldi li avrebbe presi e sarebbe andato via. Invece il suo obiettivo era far parlare di sé in modo teatrale, anziché andare in carcere senza nemmeno fiatare». —
AM.P.
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