L’incubo lungo otto ore Poi il sospiro di sollievo per gli ostaggi liberati
Le telefonate e gli sms con i familiari, che sotto la pioggia aspettavano il lieto fine Una delle dipendenti delle Poste era a Pieve per una sostituzione temporanea
Incolumi, provati. Capaci di mantenere la calma per tutta la giornata, fino a riuscire ad avere un ruolo fondamentale anche nella lunga e delicata negoziazione che li ha portati alla liberazione. Manca qualche istante alle 16.45 quando Francesco Amato decide finalmente di far uscire i quattro dipendenti dell’ufficio postale di Pieve Modolena, rimasti ostaggio sin dalle 9 del mattino.
Dopo circa otto ore passate sotto sequestro, finisce così l’incubo per la direttrice della filiale, Emanuela Montanari, e per gli storici dipendenti delle Poste di Pieve, Massimo Maini e Anna Maria Melito. Fra gli ostaggi anche Marisa Borelli. Quest’ultima è un’impiegata dell’ufficio postale di Cadelbosco, ieri a Pieve Modolena per un distaccamento temporaneo, legato alla sostituzione di un dipendente in ferie. Nel mattino era già stata liberata una quinta dipendente, Annalisa Caluzzi, fatta uscire dall’ufficio postale dopo aver accusato un malore. Appena fuori, la donna ha un mancamento. E subito viene soccorsa dal 118, prima di poter riabbracciare finalmente uno dei suoi due figli.
Una giornata di ordinaria follia. Per gli ostaggi ma anche per i rispettivi familiari, molti dei quali, sotto una pioggia a tratti battente, rimangono in attesa di uno sperato lieto fine, assiepati ai lati dei cordoni di sicurezza che delimitano l’area attorno alle Poste. Un’attesa snervante. Il sequestratore ha accordato agli ostaggi la possibilità di mantenere un contatto telefonico con i parenti, consentendo di effettuare qualche chiamata all’esterno o in alternativa di comunicare attraverso l’invio di sms. Si cerca di capire in che condizioni si trovino gli ostaggi, se abbiano o meno acqua e cibo. Arrivano notizie rassicuranti. Ma mai abbastanza. E ad ogni telefonata o messaggio ricevuti, angosce e preoccupazione per le sorti ancora incerte della giornata si alternano alla fiducia in un esito positivo, come per fortuna alla fine è stato.
Ore di tensione. Come quando, nel corso della giornata, Amato sembra innervosirsi per la trattativa rimasta a lungo in fase di stallo. La sua richiesta è quella di parlare con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. E il coltello che impugna, con la sua affilata lama da 25 centimetri, finisce così pericolosamente dietro la schiena di Maini. Solo successivamente il sequestratore si convincerà di mettere fine a questa ennesima folle minaccia. Le ore, nel frattempo, passano. Cala la penombra, ma non diminuisce la speranza.
Gli ostaggi, finalmente, vengono liberati. Quasi improvvisamente. Tutti insieme.
Dopo un primo soccorso sul posto, vengono quindi portati in caserma per le deposizioni, nel comando provinciale dei carabinieri di corso Cairoli. La lunga e snervante attesa è terminata.
«Tutto si è risolto per il meglio. Tutto si è concluso nel migliore dei modi», commenta a caldo Antonio Ragno, il marito di Anna Maria Melito.
È in auto, sta andando a sua volta in caserma, per abbracciare la moglie e farle sentire tutta la sua vicinanza. Un sospiro di sollievo. Per tutta la città, rimasta per un giorno intero con il fiato sospeso al fianco degli ostaggi. —
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