Processo Aemilia, la ricostruzione in 21 punti
Dai primi verbali di Giglio alla chiusa di Valerio, che suona come un monito. Una maratona di due anni e mezzo, 195 udienze per arrivare alla storia sentenza
REGGIO EMILIA. Un maxiprocesso per mafia. Trent'anni dopo il procedimento palermitano di Falcone e Borsellino dai "numeri" roboanti, non è più il profondo Sud ma l'Emilia come palcoscenico e in specifico la 'ndrangheta come associazione mafiosa alla sbarra.
E fin dalla prima udienza del 23 marzo 2016 si capisce che è tutto "maxi": le forze dell'ordine e guardie carcerarie a protezione dei lavori giudiziari, cinque magistrati all'opera - i tre giudici Francesco Caruso (presidente della Corte), Cristina Beretti ed Andrea Rat nonché i pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi - supportati dal personale amministrativo, il numero degli imputati (148) e delle parti civili (sono 40) con al seguito un battaglione di avvocati, valanghe di testimoni.
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Al termine delle udienze, il Tribunale di Reggio Emilia ha condannato 120 imputati, le assoluzioni sono state 23, 5 le prescrizioni. Pesanti le condanne per gli imputati principali, fino a 38 anni di carcere. Ecco la ricostruzione del processo in 21 punti.
1) VERBALI DEL PENTITO GIGLIOIRROMPONO SUBITO NEL PROCESSO
Rivolto alla Corte, il linguaggio del pm Marco Mescolini - sul finire della prima udienza - è quello freddamente giuridico: «Ho depositato gli atti che sono a disposizione delle parti». Ma dietro a quel passaggio tecnico c'è un'autentica "bomba" perché vengono inoltrati (facendoli divenire pubblici) i primi estratti dei verbali riempiti da Giuseppe Giglio che, dal febbraio 2016, è collaboratore di giustizia.Racconta una carriera criminale legata con l'imprenditoria emiliana.
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2) LE FALSE FATTURAZIONIUN BUSINESS MILIONARIO
Finanzieri e carabinieri, sentiti come testimoni, mettono in evidenza l'esistenza di una rete di società cosiddette "cartiere", mirate all'emissione di montagne di fatture per operazioni inesistenti.Per gli inquirenti si tratta di affari illeciti da milioni di euro, sottraendoli all'Erario (evase Iva e tasse). Un sistema articolato di fatture fasulle con l'utilizzo di prestanome.
3) LA PAURA NEGLI OCCHI TESTIMONI SOTTO PRESSIONE
La paura irrompe spesso nel maxiprocesso. E si tocca con mano più volte come sedersi sulla sedia dei testimoni pesi come un macigno. Operai, imprenditori, professionisti: in tanti riuniti da deposizioni sofferte. E spuntano, dopo iniziali reticenze in aula, i racconti di intimidazioni, minacce di morte, traumi, paure per sé e per la famiglia. Cambiali firmate perché sotto pressione, soldi scuciti a ripetizione, beni sottratti a forza.
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4) LO SHOW CRIMINALE DI BELINI«DOVEVO UCCIDERE NICOLINO»
Uno show criminale, parlando dietro ad un paravento. Un'ora e mezza intensissima in cui del killer Paolo Bellini - ora collaboratore di giustizia - esce parecchio: sicurezza di sé, omicidi a raffica e la rivelazione che negli anni Novanta doveva uccidere il temutissimo boss cutrese Nicolino Grande Aracri: «Avevo un mitra, una pistola e due bombe a mano, ma la dritta giusta non arrivò mai». Un obiettivo primario del gruppo ndranghetista che - a suo dire - si stava cementando a Reggio contro quello allora dominante dei Dragone.
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5) «IL PROCESSO A PORTE CHIUSE», MA LA CORTE "BOCCIA" I DETENUTI
Attacco improvviso alla stampa, il fastidio con cui i detenuti vivono la presenza in aula degli studenti. Il 17 gennaio 2017 Sergio Bolognino legge, da dietro le sbarre, un documento in cui viene chiesto che il processo prosegua a porte chiuse. Il portavoce di 19 detenuti parla di linciaggio mediatico e distorsione dei fatti. Due giorni dopo, con un'ordinanza, la Corte respinge, dichiarandola inammissibile, l'istanza dei detenuti.
6) IL PREFETTO DE MIRO«A REGGIO COSE DA NAUSEA»
Nella primavera 2017 si manifesta un braccio di ferro fra l'avvocato Carlo Taormina (difensore di Giuseppe e Vincenzo Iaquinta) e Antonella De Miro (ex prefetto di Reggio) chiamata a testimoniare. Il legale dice d'aver denunciato il prefetto per abuso d'ufficio, falso ideologico e calunnia. La deposizione salta. Ma le accuse successivamente cadranno e la De Miro, quando parlerà in aula, rimarcherà il suo contributo alla lotta contro la criminalità organizzata, tramite le interdittive antimafia: «Viste a Reggio cose da nausea».
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7) SCIOPERANO I PENALISTI BRACCIO DI FERRO CON LA CORTE
Saltano alcune udienze e nel maggio 2017 si comincia a profilare il forte attrito fra la Corte e i penalisti che reclamano la possibilità di astenersi dalle udienze anche in presenza di imputati in carcere, nel caso abbiano però l'assenso dei propri assistiti. Per i giudici l'astensione è illegittima e pongono il caso alla Corte Costituzionale. Il mese dopo l'avvocato Luca Andrea Brezigar (difensore di Pasquale Riillo ed Antonio Muto classe 1971) ricorre in Cassazione perché "in attesa della Consulta, il processo Aemilia andava fermato". La mossa, in pratica, rappresenta il pensiero delle Camere Penali. Un bel polverone nazional-giuridico. Comunque le udienze proseguono.
8) ORA SI PENTE ANCHE VALERIODUE MESI DI RIVELAZIONI IN AULA
Spunta un nuovo pentito. Si tratta di Antonio Valerio, considerato dalla Dda di Bologna ai vertici della 'ndrangheta emiliana. A partire dalla fine di settembre 2017 - e per due mesi - Valerio diventa in aula un fiume in piena. Parla in videoconferenza da una località segreta e snocciola omicidi, nomi, dinamiche interne, segreti di quella che lui minuziosamente descrive come una cosca operativa a Reggio e dintorni. Al calor bianco i suoi scontri - nei controinterrogatori - con le difese.
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9) GRANDE ARACRI MINIMIZZA«IL CLAN? CREATO DAI GIUDICI»
Dal carcere milanese di Opera, entra in scena - in videoconferenza - il boss Nicolino Grande Aracri. Da anni è sinonimo di 'ndrangheta feroce, sanguinaria ed allo stesso tempo scaltra nell'infilarsi nel tessuto socio-economico calabrese per poi spiccare il volo e spremere il ricco Nord. Ma lui non ci sta: «La cosca Grande Aracri è stata costruita dalla giustizia. Io sono già stato condannato per associazione mafiosa e sono considerato il capo, ma io mi ritengo assolutamente estraneo e innocente».
10) IL QUESTORE GALLOFINISCE SOTTO TORCHIO
Si rivela a dir poco sofferta la testimonianza - il 6 luglio 2017 - di Gennaro Gallo, questore per quasi 4 anni a Reggio. Pian piano emerge un inaspettato "quadro" di rapporti intrattenuti con diverse persone alla sbarra proprio per Aemilia e per gli inquirenti con ruoli non indifferenti nella cosca. Sfumate anche le sue risposte sulla criminalità organizzata a Reggio e sull'operazione Aemilia, il che fa sbottare il presidente Caruso («Eppure il fenomeno mafioso è maturato nel tempo in cui lei era questore») a cui Gallo replica: «Era la squadra mobile che svolgeva le indagini e riferiva all'autorità giudiziaria. Io non sapevo su chi indagavano».
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11) STAMPA E AVVOCATILA TENSIONE SI ALZA
Avrà grossi strascichi quanto accaduto in aula il 13 luglio 2017. Dopo l'intervento dell'avvocato Stefano Vezzadini (difensore di Gianluigi Sarcone) contro la stampa («Lo vediamo tutti i giorni, i giornali anche di questo processo scrivono cose non vere») erano arrivate le invettive dei detenuti nelle gabbie nei confronti dei cronisti presenti («Sempre...In galera!...Scrivono articoli falsi!»). Ne nasce una gazzarra, con tanto di pausa del processo. Un episodio che crea, però, non poche frizioni nei giorni a seguire fra gli organi rappresentativi dei giornalisti e degli avvocati.
12) AL CALOR BIANCOLA SFILATA DEI POLITICI
In chiave reggiana le udienze del luglio 2017 si riveleranno interessanti e allo stesso tempo piene di contrasti. Saranno sentiti il consigliere comunale Salvatore Scarpino («Cutresi discriminati, andammo dal prefetto contro le generalizzazioni»), l'ex presidente della Provincia, Sonia Masini («Siamo stati troppo accoglienti, dovevamo essere più vigili, ai cutresi troppo potere. Chi ha cercato di isolarmi era nel Pd»), l'allora ministro ed ex sindaco Graziano Delrio («Se dovessimo dire che i cutresi sono mafiosi faremmo un'offesa alla verità.
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A Cutro non andai alla processione, solo alla messa»), il sindaco Luca Vecchi («Già da una decina d'anni ci eravamo accorti dell'infiltrazione e la stagione dei roghi dolosi ci aprì gli occhi») e sua moglie Maria Sergio, ex dirigente all'Urbanistica del Comune di Reggio («Non frequento ambienti cutresi, l'unico contatto per l'acquisto della casa»).
13) IL PENTITO MUTO ATTACCAIl SINDACO E LA MOGLIE
Nel novembre 2017 prende forma, in aula, la collaborazione di Salvatore Muto, decisosi a questo passo alcuni mesi prima. Racconta di una 'ndrangheta in campo per Forza Italia, del radicamento della cosca al Nord e di sapere tante cose perché è stato l'uomo di fiducia di una figura di primo piano come Francesco Lamanna. Ma non mancano riferimenti a lottizzazioni sospette e con le sue parole mette sulla graticola il sindaco Vecchi e la moglie: «Sono ricattabili». Il riferimento è a voti rastrellati a Reggio. In serata arriverà nelle redazioni la replica del primo cittadino: «Solo falsità».
14) DIRIGEVA IL CATASTO«UN INCUBO A REGGIO»
Fatica a delineare chiaramente i collegamenti a Reggio fra alcuni dipendenti del Catasto e la criminalità organizzata, comunque in due ore di deposizione l'ex direttore Potito Scalzulli "dipinge" come da incubo i tre anni (2009-2012) in cui ha lavorato nell'organismo reggiano. Dice di aver scoperto non poche irregolarità, di averle denunciate con esposti ai superiori e invece di essere ascoltato partì una campagna diffamatoria nei suoi confronti.
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15) «DOVEVAMO UCCIDERE CRONISTA E POLITICO»
Da pugno nello stomaco la testimonianza del pentito Vincenzo Marino che parla esplicitamente di due progetti sanguinari, senza però far nomi. Da far fuori un giornalista divenuto scomodo con le sue inchieste e un assessore che non metteva la firma sull'atto amministrativo tanto atteso dal clan. Non furono uccisi, ma le parole di Marino sono ora al centro degli accertamenti della magistratura.
16) AGGRAVATO IL 416 BIS, RITO ABBREVIATO PER 24
L'8 febbraio di quest'anno il pm Beatrice Ronchi - a sorpresa - aggrava le accuse per i 34 imputati di associazione mafiosa. Nuove imputazioni che sintetizzano quanto emerso negli ultimi tre anni fra nuove indagini e rivelazioni dei pentiti con relativi riscontri. Queste ulteriori accuse vengono inquadrate dalla Corte come "fatti diversi", da qui l'apertura (come previsto dalla legge) di una nuova strada procedurale parallela con rito abbreviato. E su quest'ultima opzione vanno 24 imputati.
17) MANO PESANTE DEI PM
Chiesti 1.712 anniDopo la tre-giorni di requisitorie, il 22 maggio scorso i pm entrano nel merito delle richieste di pena (fra rito abbreviato e ordinario) per una lista infinita di capi d'imputazione, con l'associazione mafiosa come accusa più rilevante, poi a cascata tanti altri reati. Sono richieste severe: 1.712 anni di reclusione, una sola assoluzione (per prescrizione) prospettata su 148 imputati, 745mila euro di multe complessive.
18) SMENTITO DAL DIFENSOREVALERIO LO CAMBIA
Una mezz'ora che non ti aspetti. La regala l'avvocato Alessandro Falciani che difende il pentito Antonio Valerio. Per il legale non è mai esistita una cosca di 'ndrangheta con epicentro a Reggio Emilia, concludendo la sua stringata e per certi versi colorita arringa con la richiesta, in relazione al reato di associazione mafiosa, di assoluzione perché il fatto non sussiste. A fine luglio Valerio sfiducia il suo difensore e ne nomina un altro.
19) SCIOPERO DEI PENALISTI: PER LA CASSAZIONE È OK
Colpo di scena sul piano giudiziario. Il legale Brezigar legge le motivazioni della Cassazione sul negato diritto di sciopero agli avvocati. La Suprema Corte ha giudicato "abnorme" la decisione del collegio giudicante "in violazione del diritto costituzionale della difesa". Quindi i legali chiedono di «sospendere le udienze almeno fino al 4 luglio, giorno in cui la Corte Costituzionale si pronuncerà nel merito«. Ma i tre giudici ancora una volta tirano dritto.
20) LA CONSULTASALVA IL PROCESSO
C'era il rischio che il processo retrocedesse al maggio 2017, ma ciò non accadrà perché la Corte Costituzionale decide che il codice di autoregolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati non può interferire con la disciplina della libertà personale dell'imputato. Perciò la Consulta ritiene giusta la decisione della Corte di proseguire con le udienze, bypassando lo sciopero dei penalisti.
21) «NON ILLUDETEVI, IL CLAN SI RIORGANIZZA»
L'ultimo sprint processuale è per le "dichiarazioni spontanee" degli imputati - in tanti scelgono di difendersi fino all'ultimo - e qui si alza, fortissimo, anche un monito. È quello del pentito Valerio: «Non illudetevi che la 'ndrangheta sia finita con Aemilia. Si sta riorganizzando con metodi nuovi e non mancano le giovani leve. È come l'ara fenice».
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