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A Rosarno Manuzza aveva accusato  il clan Bellocco di aver ucciso i suoi fratelli  

In “esilio” per evitare una guerra di mafia

ENRICO L. TIDONA

il retroscenaENRICO L. TIDONAAd aprile, davanti ai giudici di Aemilia, si è sentito in animo di dire che ha commesso 60 reati minori riconosciuti dall’autorità giudiziaria. Nulla più. Lo ha fatto...

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il retroscena

ENRICO L. TIDONA

Ad aprile, davanti ai giudici di Aemilia, si è sentito in animo di dire che ha commesso 60 reati minori riconosciuti dall’autorità giudiziaria. Nulla più. Lo ha fatto mentre era ancora a piede libero, imputato nel maxi processo. Uno dei più presenti durante le 195 udienze conclusesi con 1.200 anni di condanna per 120 imputati. Francesco Amato, 55 anni originario di Rosarno, è stato poi condannato a 19 anni per il ben più grave reato di associazione mafiosa con il clan Grande Aracri di Cutro. Una condanna emessa a Reggio, città nella quale vive da tempo, considerandosi però in esilio, nella casa di Cavazzoli, dove vive con i parenti.

Un esilio necessario da quando Amato, capo della famiglia di origine sinti, è andato da un esponente del clan Bellocco annunciandogli che i suoi due fratelli morti – a suo dire – per mano loro, sarebbero presto stati vendicati. I Bellocco risposero dicendogli che qualora si fosse rifatto vivo a Rosarno, lo avrebbero colpito a morte. Una ricostruzione minuziosa raccolta negli atti proprio del processo Aemilia ma non solo. Amato, infatti, è al centro di diverse indagini tra nord e sud, dove ha collezionato le sue condanne. Per gli investigatori – e ora il tribunale di Reggio – non è solo un ladro bensì un’importante figura nell’ambito del crimine organizzato ‘ndranghetista presente a Reggio. Al di là delle decine di furti e altri reati minori dei quali ammette la paternità, Amato è stato fotografato da alcune indagini per mafia. Nell’ambito di Edilpiovra è stato acclarato che i fratelli Amato, e quindi anche Francesco, erano dediti ad attività estorsive per conto della cosca Grande Aracri. L’operazione, condotta e coordinata dalla Dda di Bologna, ha messo in luce la pericolosità dei fratelli perché rappresentavano il braccio operativo per la commissione di furti, incendi, estorsioni e rapine. Francesco Amato, detto Manuzza per una deformazione del braccio destro, con il resto dei parenti era a disposizione della famiglia cutrese per la commissione di qualsiasi genere di reato.

L’altro intreccio più rilevante riguarda le indagini svolte nell’ambito del clan Bellocco-Rosarno, presente nel territorio nord occidentale della provincia di Reggio Calabria, in particolare nella zona di Rosarno, e che hanno visto protagonista anche Francesco Amato. L’autore del sequestro di persone alle Poste di Pieve – che con quel gesto ha voluto invocare la sua estraneità agli ambienti di mafia – ha cercato di regolare i conti con i Bellocco per alcuni omicidi commessi ai danni di alcuni esponenti della famiglia Amato nel 1989. In quell’anno, infatti, è stato ucciso Cosimo Amato, fratello di Francesco, mentre Mario Amato, altro fratello di Francesco, è scomparso. La famiglia Bellocco ha inteso la spregiudicata iniziativa di Francesco come un atto di lesa maestà e ha cercato con alcuni dei suoi componenti di uccidere lo stesso Francesco tra il 2009 e 2010. Solo i provvedimenti emessi dalle autorità giudiziarie interessate hanno evitato lo scontro armato.

Gli attriti sorti tra i Bellocco e Francesco Amato sono fissati anche in diverse intercettazioni. In una, considerata centrale, Amato conferma il pericolo di essere ucciso e riferisce alla madre che se i suoi fratelli l’avessero appoggiato la problematica con i Bellocco sarebbe finita diversamente. —

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