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Stefania Capozzi, collega degli ostaggi, è dovuta andare a Cadelbosco Ha seguito le fasi della liberazione dal bar di fronte all’ufficio postale 

«Io, uscita per caso e sfuggita al sequestro per un soffio»

E.L.T.

il retroscena Tra i cinque ostaggi ci doveva essere anche lei. Poi il caso ha voluto che Stefania Capozzi sia dovuta andare a Cadelbosco, sfuggendo così per un soffio alla trappola di Amato. «Potevo...

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il retroscena

Tra i cinque ostaggi ci doveva essere anche lei. Poi il caso ha voluto che Stefania Capozzi sia dovuta andare a Cadelbosco, sfuggendo così per un soffio alla trappola di Amato. «Potevo esserci anche io lì dentro» ripete Stefania, più volte, senza quasi mai staccare il viso dai due telefoni che ricarica durante le 8 ore da incubo vissute a pochi passi dal suo ufficio postale, assediato all’esterno dalle forze dell’ordine. Stefania è dentro al bar Quesqué, di fronte alle Poste, disertato lunedì dai clienti dopo il coprifuoco imposto dai carabinieri, ma diventato il quartier generale informale dell’operazione di salvataggio degli ostaggi.

Capozzi diventa suo malgrado il tramite con i colleghi all’interno, anche loro dotati di cellulare. Nessuna chiamata ma una miriade di WhatsApp. «Come state», «avete paura», «vi serve qualcosa». Poi dice: «Resto finché non sono liberi». Loro, quando non sono sotto tiro delle minacce di Amato, rispondono. Quando i messaggi si interrompono vuol dire che sta succedendo qualcosa. «Ha liberato Annalisa – dice a un certo punto ad alta voce – ma si deve essere sentita male». La collega liberata passerà di lì a poco nel bar: le due donne si abbracciano, l’ostaggio si commuove ma non demorde: «Sono stanca ma non vado a casa finché non è finita anche per loro», dice accompagnata dal figlio. E così farà.

Il bar si affolla a ondate di forze dell’ordine che nel frattempo hanno chiuso al traffico l’area, facendo chiudere a chiave dall’interno uffici e concessionarie in attesa della probabile irruzione.

L’impiegata ferma i carabinieri: «Scusate ma io sono una collega degli ostaggi e sono in contatto diretto con loro». I militari in borghese si fermano, si fanno consegnare tutti i numeri per verifica. «La direttrice è una tosta, sta tenendo la calma lì dentro» ci racconta in quegli istanti Capozzi. «Un’altra collega non teme invece per se stessa ma è preoccupata per il suo cane: mi ha chiesto di passare per casa sua per farlo uscire». Il bar nel primo pomeriggio chiude. Tutti si riversano in strada. Di lì in mezz’ora la liberazione. Testimoni e ostaggi vengono portati via per le prime dichiarazioni in caserma, mentre Amato viene portato in carcere a Reggio. —

E.L.T.

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