«Vigilanza alta a Reggio perché c’è la presenza certa della ’ndrangheta»
Il procuratore Mescolini analizza il clamoroso gesto compiuto da Amato «È pericoloso, ora bisogna capire cosa stava cercando e cos’ha avuto»
REGGIO EMILIA
«Abbiamo temuto il peggio fin dall’inizio, non era facile prevedere cosa potesse succedere considerando il fatto che Francesco Amato si è rivelato lucido e coerente con la figura che è sempre stato: si tratta di un condannato in primo grado per associazione mafiosa, comunque pericoloso».
Domande a raffica per mezz’ora, ieri mattina, al procuratore Marco Mescolini che ha incontrato la stampa nel suo ufficio, in quello che è stato il primo momento per fare il punto della situazione sul clamoroso sequestro alle Poste.
Dottor Mescolini, cinque giorni di latitanza sono tanti: pensate abbia fatto tutto da solo o sia stato aiutato?
«La contestazione al processo Aemilia è che sia associato con altri e per questo ha avuto la condanna di 19 anni. Dopodichè non so cosa ha fatto in questi 5 giorni, faremo indagini».
Non avete pensato di poter intervenire prima? Col tempo si allungano i rischi.
«Le abbiamo pensate tutte come era doveroso fare. La presenza del generale dei carabinieri (Claudio Domizi) e del gis sono state un elemento che ci ha consentito di valutare tutte le possibilità. Sono situazioni in cui poter contare su uno dei corpi speciali più preparati del mondo è un elemento di enorme garanzia, un orgoglio per il nostro Paese».
Amato ha minacciato qualcuno di voi? La Corte?
«Non saprei, comunque l’elemento centrale è che uno fa della latitanza si barrica nell’ufficio postale. Dovremo leggere le motivazioni della sua condanna e se questa scelta di Amato c’entra con tutto ciò lo dovrà decidere un altro ufficio (la Dda, ndr) non il mio».
Il pentito Antonio Valerio, nelle dichiarazioni spontanee, ha detto che gli Amato vogliono comandare maggiormente a Reggio Emilia e il sequestratore è un Amato...
«È il nesso di chi ha seguito attentamente il processo, ma io non posso commentarlo. Al processo ha dimostrato una statura che si vuol continuare a far finta che sia altro, ma questo fa parte di un giudizio che non è mio ma del tribunale e delle motivazioni che deve scrivere».
Quando si è arreso i suoi parenti hanno applaudito: il gesto di Amato può avere un certo valore per il mondo di cui fa parte?
«Sono scene che non appartengono alla normalità di quanto avviene a queste latitudini. Dovremo riflettere, poi vedremo se se ne occuperà il mio ufficio. Cosa posso aggiungere se non che per tre anni è stato oggetto di un processo che non ha precedenti su tanti aspetti. Torno lì per capire quanto è vero e quanto è fondato, quanto è profondo quello che è emerso da quel processo. Ovvio che io ho preso le mie conclusioni come pubblico ministero e ho una mia idea. La cittadinanza deve andare a lavorare al mattino, non può seguire il processo, deve fidarsi dei giudici. C’è stata una sentenza ancora senza motivazioni e ci sarà un Appello, salvo il fatto che la Cassazione abbia valutato in maniera definitiva certi fatti, che quindi devono essere allarmanti: una presenza certa di un gruppo di appartenenti alla ’ndrangheta che opera a Reggio Emilia. Questo fa parte del portato di cui il Procuratore non si occupa ma con cui convive nel senso che abbiamo delle competenze concentriche (il riferimento è sempre alla Dda, ndr), il centro piccolo sta nel centro grande. Noi abbiamo l’obbligo di avere una vigilanza che penso si possa affermare proporzionatamente alta».
Sulla vigilanza può entrare nel dettaglio?
«Non posso specificare di più, ma questo ufficio sopravvive per eroismo, nel senso di ore di lavoro. Questo ufficio insiste su un territorio dove vi sono stati un numero x di arresti per mafia, eppure non c’è il dirigente amministrativo, non c’è il direttore tecnico. Occorrerà fare una richiesta circostanziata perché non è possibile che questo ufficio non abbia il minimo di dotazione per sopravvivere ad una condizione ordinaria».
Cosa chiedeva Amato in quelle drammatiche otto ore?
«Confermo che tutto quello che è emerso sui giornali corrisponde alla realtà. Erano richieste che si alternavano, non sempre costanti, non sempre la stessa. Cioè di rapportarsi con un membro del Governo, col ministro degli Interni (Matteo Salvini), con il ministro della Giustizia (Elisabetta Trenta), ma anche rivendicazioni sulle vicende di terrorimo, tutte cose assai coerenti con la storia di chiunque abbia vissuto in questi anni».
Chiedeva uno sconto di pena?
«C’è stato un canale, colloqui costanti del mediatore dei carabinieri che io non conosco secondo per secondo. Non mi sembra sia stato oggetto di richiesta formale. Peraltro questo lo si chiede facendo l’Appello. Valuteremo comunque cosa sia stato decisivo per la resa e cosa no. Bisognerebbe capire che cosa stava cercando e che cos’ha avuto. Anche questo sarà elemento di indagine.
Che persona è Amato?
«La requisitoria su di lui, fatta dalla mia collega (Beatrice Ronchi), è durata una mattina. L’entità della condanna descrive un personaggio coerente a ciò che si è dimostrato lunedì. La sua storia criminale durante il processo è emersa con chiarezza». —
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