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Trova la tomba del nonno morto nella Grande Guerra

Daniela Salati

Francesco Donato Di Paola fu ucciso nel 1916 durante la battaglia dell’Isonzo Il nipote 77enne ha seguito tracce e indizi fino a scoprire la lapide a Palmanova

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“NJCZ Francesco”. Una sigla, un nome, una lapide. È una storia un po’ soprannaturale che parte da Vetto e arriva a Udine, ma che era cominciata centotrenta anni fa, nel 1888, a Marcellina di Catanzaro.

In quell’anno nasce Francesco Donato Di Paola, che come tanti italiani emigra in America in cerca di fortuna, e che nel New Jersey trova lavoro come falegname. Ma lo scoppio della prima Guerra Mondiale lo riporta in Italia, dove lo aspetta la moglie, Annunziata Critelli, e il figlio piccolo, Giovanni Battista, che morirà in giovane età.



Nel 1915 Francesco torna. Appena il tempo di riabbracciare la moglie e il figlio, e subito parte per il fronte. Pochi mesi dopo perde la vita in una delle tante battaglie contro gli austroungarici. E di lui scompare ogni traccia. La seconda figlia, Francesca, nasce sei mesi dopo la sua morte.

E proprio Francesca non smetterà mai di cercare il papà, che non ha fatto in tempo a conoscere. Ne parla sempre al figlio Giovanni Battista Scozzafava; gli racconta del New Jersey, della morte in guerra, delle inutili ricerche.



A questo punto torniamo a Vetto, dove nel 1982 si trasferisce Giovanni Battista Scozzafava, che diventa medico condotto del paese. Oggi ha 77 anni ed è medico di categoria nella commissione medico-legale Anmic. A Vetto abita ancora con la moglie Loredana Leonardi, 62 anni, informatrice farmaceutica. Hanno tre figli maschi, e uno di loro è il ritratto di nonno Francesco.



«Il desiderio di poter ritrovare il nonno non mi ha mai abbandonato – afferma Giovanni Battista Scozzafava – e quando una decina di anni fa io e mia moglie siamo andati in gita a Trieste ho provato una emozione fortissima, una spinta emotiva inspiegabile. Ma non sapevo come fare a cercarlo».

Sa che è un’impresa quasi impossibile, ma l’esigenza di poter trovare il nonno lo tormenta e lo porta a studiare a fondo tutta la storia della prima Guerra Mondiale.

Nel 2017 la coppia va a visitare Monte San Michele, in provincia di Gorizia, la collina che fu teatro di numerose battaglie .

«Di questo luogo me ne parlava sempre la mamma – continua Scozzafava – per questo ci sono andato, ed è lì che ho travato il primo indizio. Su una colonna c’è una lapide con i nomi delle brigate dei granatieri che hanno combattuto qui, e tra esse c’è la Brigata Catanzaro. Ho cominciato a riflettere e a pensare che il nonno, che era un uomo alto, poteva far parte della Brigata granatieri Catanzaro».



Francesco Donato Di Paola morì il 2 gennaio 1916 e, secondo i calcoli del nipote, fu a causa delle ferite riportate nella quarta battaglia dell’Isonzo, combattuta fra il mese di novembre e dicembre 2015. Nella stessa collina c’è un’altra lapide con una scritta che diventa un secondo indizio: “Su queste cime, italiani e ungheresi, combattendo da prodi, si affratellarono nella morte – Luglio 1915- agosto 1916”. Scozzafava scopre che a Palmanova di Udine c’è un cimitero di soldati austroungarici. Allora gli balena l’idea che forse anche il nonno è stato sepolto in quel cimitero, visto che italiani e ungheresi avevano combattuto nella stessa battaglia.



«Non vedevo l’ora di andarlo a cercare a Palmanova, e quest’anno ci siamo andati, grazie anche a mia moglie che mi ha incoraggiato. Era il 17 agosto quando siamo entrati nel cimitero che ospita ben 17mila salme, di cui solo 4mila riconosciute, e 13mila in fosse comuni. Scoprimmo che ci sono anche militari italiani, circa 800, sepolti tra i cipressi, in due campi pieni di lapidi. Io leggevo tutti i nomi ad uno ad uno. Proprio in quel momento un raggio di sole illuminò una parte delle lapidi; sono andato lì e ho trovato una lapide con scritto “NJCZ Francesco”. Sentii un tuffo nel cuore: è lui! Francesco era stato nel New Jersey ed era di Catanzaro. È vero, non ne ho la certezza assoluta, ma questi indizi, per me, sono una prova».

Giovanni Battista Scozzafava ora si sente finalmente riappacificato con se stesso perché è riuscito a trovare nonno Francesco. «Vorrei ricordarlo – conclude – parafrasando la poesia “Corradino di Svezia” di Aleardo Aleardi: “Era moro, era granatiere, era emigrato, sotto l’ombra di un cipresso era sepolto”. —





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