Una latitanza pianificata Amato per cinque giorni tiene il telefonino spento
Oggi il 55enne racconterà in tribunale la sua verità sul clamoroso sequestro Gli inquirenti sospettano che dietro a questo gesto vi sia la ’ndrangheta
REGGIO EMILIA
Questa mattina in tribunale – alle 10 – Francesco Amato racconterà per la prima volta davanti ad un magistrato (il gip Luca Ramponi) la sua verità sull’inferno che lunedì ha scatenato per otto lunghe ore all’interno dell’ufficio postale di Pieve Modolena, dove ha tenuto in ostaggio cinque persone sotto la minaccia di un coltellaccio.
È accusato di sequestro di persona pluriaggravato dal pm di turno Iacopo Berardi (titolare delle indagini) e nell’udienza di convalida dell’arresto il 55enne sarà difeso dall’avvocato d’ufficio Danilo Giovanelli che potrebbe essere affiancato anche dal collega Franco Beretti che assiste da tempo Amato nel maxiprocesso Aemilia dove è maturata la condanna a 19 anni e 1 mese di reclusione di Amato, considerato un affiliato della cosca ’ndranghetista emiliana.
Sulle motivazioni del clamoroso gesto alle Poste vi sono accertamenti in corso. Amato, mentre era barricato con gli ostaggi, ha urlato più volte: «Sono innocente, non ho ucciso nessuno, 19 anni di carcere sono troppi!» Ma che sia stata l’azione impulsiva di una testa calda che ha mal digerito la pesante condanna, non sembra convincere granché gli investigatori. E il sospetto è che dietro a questo plateale sequestro di persona vi sia una studiata mossa della ’ndrangheta. Dubbi che con prudenza ha manifestato – martedì – ai cronisti il procuratore Marco Mescolini (pure uno dei due pm del maxiprocesso Aemilia, quindi un magistrato che ha studiato a lungo la storia criminale del 55enne) quando sottolinea come sia indispensabile capire «cosa stava cercando e che cos’ha avuto». E se dietro a tutto ciò verrà identificata una matrice mafiosa (la maxi operazione Aemilia ha decapitato il clan emiliano, ma non lo ha certo sradicato, quindi in atto vi potrebbe essere una sotterranea lotta di potere) ecco che le indagini dalla Procura di Reggio Emilia prenderanno la strada della Dda di Bologna.
Di sicuro balzano all’occhio gli indizi che portano ad una pianificazione di quanto accaduto, perché Amato subito dopo la sentenza di condanna – cioè nel primo pomeriggio del 31 ottobre – compie una serie precisa di mosse. Stranamente, rispetto al solito, non è presente nell’aula-bunker alla lettura della sentenza che inizia alle 13. C’è chi ha però visto Francesco – come raccontato dalla Gazzetta nell’edizione di ieri – aggirarsi nervosamente fuori dall’abitazione di Cavazzoli (dove vive con alcuni fratelli) verso le due di pomeriggio, ma quando sono arrivati i carabinieri – intorno alle 15.30 – per arrestarlo come conseguenza del verdetto (la Corte ha accolto la richiesta dei pm antimafia d’applicare la misura cautelare in carcere ai condannati per associazione mafiosa ancora in libertà) il 55enne era già sparito, volatilizzato.
E c’è anche chi ha visto un voluminoso trolley nero scaricato da una macchina e trasportato dentro sempre all’abitazione di Amato. Lo stesso trolley poi trovato lunedì nella Lancia Y di Amato dopo che si era arreso?
Tornando al giorno della sentenza, intorno alle 17 squilla in studio il telefono fisso dell’avvocato Franco Beretti. Da quando è il difensore d’ufficio, è Amato che lo chiama, mai il contrario. Commentano la sentenza di condanna e il rischio della carcerazione per chi si ritrova una pena legata all’associazione mafiosa (lo stranoto articolo 416 bis del codice penale) ed è a piede libero proprio come il 55enne.
Amato accenna alla possibilità di costituirsi, ma è un’intenzione precipitosa (o una finta?), visto che all’avvocato difensore non risulta nessuna notifica in tal senso. Una telefonata che avviene ben dopo il mancato arresto da parte dei carabinieri. Amato da dove telefona? Sta usando il suo cellulare o di qualcun altro? Da quanto “filtra” Amato non ha più usato il suo telefonino dal 31 ottobre, chiaro segnale che non ha nessuna intenzione di costituirsi, anzi non vuole farsi individuare tramite il cellulare. E per cinque giorni fa perdere le proprie tracce. Poi, lunedì, quel gesto clamoroso e pericoloso allo stesso tempo. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
