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Amato compare davanti ai giudici ma non parla senza palcoscenico

Ambra Prati
Amato compare davanti ai giudici ma non parla senza palcoscenico

Il sequestratore si è avvalso della facoltà di non rispondere L’avvocato: «Per spiegare voleva i giornalisti presenti»

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REGGIO EMILIA

«Signor giudice non dica che mi avvalgo della facoltà di non rispondere: voglio parlare, ma solo in pubblico, alla presenza dei giornalisti. Se non è possibile, come mi dite, scriva questa frase». Il giudice per le indagini preliminari Luca Ramponi ha esaudito la richiesta di Francesco Amato, il sequestratore delle Poste di Pieve, tenendo però blindata l’udienza e alla larga i cronisti. Giornalisti e telecamere sono stati allontanati, mentre i carabinieri provvedevano a “oscurare” la porta della saletta al pianterreno del tribunale, “tappando” i vetri con improvvisati fogli di carta.



Amato voleva la ribalta mediatica, l’ambito palcoscenico durante l’udienza di convalida dell’arresto avvenuto dopo il lunedì nero degli ostaggi imprigionati per otto ore allo scopo di mitigare la condanna a 19 anni inflittagli in primo grado nel processo Aemilia per associazione a delinquere di stampo mafioso. Secondo l’interessato, una pena ingiusta. Un “gesto dimostrativo”, quello pianificato da Amato, che sia quando si è costituito sia in seguito ha continuato a ripetere «non volevo fare del male a nessuno».

Ieri il 55enne sperava di poter spiegare le sue ragioni, insistendo per far entrare i giornalisti. E non giornalisti qualsiasi, «voglio le televisioni nazionali in aula, Rai e Mediaset, altrimenti non parlo».

Così come lunedì avrebbe voluto parlare con il ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Quando gli è stato spiegato che il protocollo prevedeva un’udienza a porte chiuse e che la richiesta non era accoglibile, Amato si è “arreso” di nuovo, rinunciando allo show e limitandosi a declinare le proprie generalità. La seduta è durata in tutto un quarto d’ora.

Il pm Iacopo Berardi ha chiesto la convalida dell’arresto e la misura cautelare. L’avvocato difensore Franco Beretti – che ha avuto il suo bel da fare a convincere il cliente che non era il caso di parlare di terrorismo islamico, un altro “pallino” dell’Amato dei tazebao e dei foglietti scritti a mano ai magistrati – nel suo breve intervento ha sostenuto che per il sequestro delle Poste non sussistono esigenze cautelari: «È stato un unicum, un atto irripetibile, con una motivazione che si è esaurita».

Il giudice Ramponi ha sciolto la riserva nel pomeriggio: Amato resta in carcere. Non che cambi molto, per il detenuto, comunque dietro le sbarre per Aemilia.



Il reato contestato ad Amato è sequestro di persona aggravato dal fatto che stava eludendo la misura cautelare di Aemilia (era ricercato da 5 giorni), più porto abusivo di arma. La pena prevede da 6 mesi a 8 anni, un’imputazione definita dalla difesa «affrontabile» rispetto al reato ipotizzato in un primo momento, sequestro di persona a scopo di coazione (da 5 a 25 anni).

Certo sussiste sempre l’eventualità che la Dda, avochi a sé il procedimento, ma al momento procede la procura di Reggio che con un tale inquadramento ha riconosciuto la “coerenza” del personaggio.

«Su Pieve ci sono ancora indagini in corso, accettiamo la decisione del giudice e l’intenzione è quella di patteggiare – ha commentato il difensore – il nostro problema principale rimane Aemilia. Ci batteremo in Appello per dimostrare che il mio cliente non c’entra con la ’ndrangheta: già nel 2008, in carcere per Edilpiovra, aveva chiesto di essere isolato dai detenuti in 416-bis». —



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