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L’INCONTRO 

Martedì in seminario si rievoca il calvario dei 19 martiri d’Algeria

L.S.

REGGIO EMILIAFra le migliaia di vittime del terrorismo islamista se ne contano alcune che testimoniano una fede vissuta con assoluta abnegazione e carità cristiana, ma così poco ostentata che il loro...

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REGGIO EMILIA

Fra le migliaia di vittime del terrorismo islamista se ne contano alcune che testimoniano una fede vissuta con assoluta abnegazione e carità cristiana, ma così poco ostentata che il loro sacrificio rimane ignoto ai più. Si tratta dei 19 missionari, frati, suore e vescovi che furono massacrati fra il 1994 e il 1996 in Algeria, dove era in corso la guerra civile che contrappose il governo agli insorti jihadisti provocando 150mila morti.

Il loro calvario sarà rievocato martedì 13 novembre alle 21 nell’aula magna del Seminario vescovile da padre Thomas Georgeon, il postulatore della causa di beatificazione che è stata aperta in gennaio con l’autorizzazione di papa Francesco e si concluderà ad Orano, in Algeria, il prossimo 8 dicembre, quando i diciannove “oscuri testimoni della speranza” saranno proclamati beati. L’incontro, intitolato “Algeria, Tibhrine, l’amicizia e il martirio”, è promosso, in collaborazione con la Commissione diocesana per i rapporti con i musulmani e con la Scuola teologica diocesana, dalla Editrice missionaria italiana, che ha pubblicato il libro di padre Georgeon “La nostra morte non ci appartiene. La storia dei 19 martiri d’Algeria”.

Il primo assassinio avvenne l’8 maggio 1994, quando furono uccisi un frate e una suora. Il vescovo di Orano fu ucciso il primo agosto 1996. Fra gli altri massacri spicca quello dei sette monaci trappisti rapiti a Tibhrine il 26 e il 27 marzo del 1996, le cui teste decapitate furono ritrovate due mesi dopo. Uno di essi, Michel Fleury, aveva scritto: «Se mi succedesse qualcosa, vogliamo viverlo qui, solidali con tutti gli algerini che hanno già pagato con la vita». Tutti quei missionari, in effetti, preferirono rimanere sfidando la morte piuttosto che abbandonare i fratelli musulmani che stavano pagando il più alto tributo di sangue allo spietato fanatismo. —

L.S.

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