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Ematologia, gli studi e la ricerca per la prevenzione dei mielomi

Gabriele Farini
Ematologia, gli studi e la ricerca per la prevenzione dei mielomi

Luppi, ricercatore Airc e capo dell’equipe dell’azienda ospedaliera-universitaria «La vera sfida è giocare d’anticipo attraverso indagini a livello molecolare» 

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Reggio Emilia

«Giocare d’anticipo sui mielomi». È l’ultima frontiera della ricerca medica. La propone l’equipe guidata da Mario Luppi, ricercatore Airc e direttore della struttura complessa di Ematologia del Policlino di Modena, azienda ospedaliera-universitaria Unimore. La sfida è affascinante. Pensate al film di fantascienza Minority Report, in cui l’intelligenza collettiva di tre veggenti (Precog) permette di vedere in anticipo un crimine e intervenire per scongiurarlo. Trasferite ora tutto a livello molecolare e trasformate i veggenti in scienziati. I crimini diventano invece una condizione chiamata “gammopatia monoclonale di significato non determinato”. L’espressione merita un approfondimento. «Nel midollo osseo di individui non ancora pazienti si trova una piccola percentuale – spiega Luppi – di plasmacellule che producono una proteina patologica. Fino a quando nel plasma si manifesta così può rimanere tutta la vita; in una piccola percentuale di casi può però evolvere, anni dopo anni, decenni dopo decenni, causando condizioni potenzialmente pre-neoplastiche».



L’intento dei ricercatori è comprendere cosa succede al bivio. Perché alcune persone imboccano un sentiero che li conduce a una vita normale e altre prendono la strada che può condurre al tumore? «Noi vogliamo comprendere perché in alcuni individui la condizione diventa un tumore – aggiunge il ricercatore – e se tale passaggio è controllato dal sistema immunitario. Se un individuo presenta la gammopatia monoclonale di significato non determinato ma ha risposte immunologiche corrette rimarrà nella condizione senza evoluzioni. Se il sistema immunitario ha delle alterazioni, dei deficit, non controlla più il piccolo clone, che diventa potenzialmente preneoplastico. Riteniamo che il motivo per cui la condizione resta tale senza evolvere risiede nei sistemi di controllo dell’immunità, innata o adattiva, che tengono sotto controllo la possibile formazione di un tumore».



Un conto è spiegare il concetto, un altro è condurre la sperimentazione. «Stiamo raccogliendo individui con tale condizione e pazienti con mielomi a varie fasi – prosegue Luppi – per studiare le differenze dei profili immunologici in modo statico per notare se ci sono differenze. Ci aspettiamo che l’ipotesi sia confermata. Se avremo risposte anche a livello dinamico, vuol dire che il difetto non è genetico, ma di controllo del sistema immunitario».

Rinforzare la diga del sistema immunitario potrebbe dunque permettere di evitare alla condizione di rompere la protezione e sfociare in un tumore. «Possiamo cercare di eliminare il piccolo clone non ancora tumorale – dice il ricercatore – attraverso una terapia cellulare poco tossica e autologa, ovvero dai linfociti dello stesso paziente. Pensiamo a integrare le terapie per giocare d’anticipo sui mielomi. Negli studi precedenti, finanziati da Airc e pubblicati su riviste scientifiche internazionali, abbiamo dimostrato che per un’altra malattia, la leucemia linfoblastica acuta, il modello può funzionare». L’immunoterapia contro i tumori è alla base degli studi che hanno permesso a James Patrick Allison e Tasuku Honjo di vincere il Nobel 2018 per la Medicina. «Sono la frontiera degli studi per i prossimi dieci-venti anni», conclude il ricercatore Airc. —



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