«Se si parla di solidarietà noi ci siamo sempre»
Beppe Carletti spiega con semplicità l’idea del concerto «Non dobbiamo pensare solo a noi, ma a chi sta peggio»
REGGIO EMILIA
È un Beppe Carletti come sempre sorridente e disponibile quello che ci risponde al telefono: «Sto uscendo in auto da Milano e ho gli auricolari... quindi nessun problema, mi fai compagnia». Ad accrescere il suo granitico entusiasmo una recente vacanza: «Sono appena tornato da una crociera di dieci giorni nei Caraibi, ogni tanto fa bene staccare la spina, anche se poi sono riuscito a cantare e a fare cantare anche sulla nave». Avevate dei dubbi?
Ora Beppe e i suoi Nomadi sono di nuovo in pista perché il loro pubblico non è abituato alle lunghe attese: da 55 anni funziona così e cambiare stile di vita non è contemplato nel contratto.
Beppe, il 30 novembre sarete sul palco del pala Bigi per un concerto benefico a favore della Croce Rossa. Quanto conta per voi la solidarietà?
«Tantissimo. Ogni anno facciamo diversi concerti di beneficenza in giro per l’Italia e, almeno una volta all’anno, lo facciamo a Reggio Emilia. È innegabile che farlo a casa propria dà ancora più soddisfazione».
Com’è nata l’idea del concerto?
«Come sempre con grande semplicità. Un amico mi ha chiesto se fossi disponibile per un concerto a favore della Croce Rossa e io, senza chiedergli nè dove nè quando, ho risposto di sì. Quando si tratta di solidarietà, c’è una sola risposta da dare. Nel caso della Croce Rossa, essere riconoscenti nei confronti di chi ogni giorno si adopera per gli altri, penso ai volontari che donano con il sorriso ore preziose della loro giornata, è il minimo che si possa fare. Non dobbiamo solo pensare a noi stessi ma volgere lo sguardo verso chi ha bisogno. Perché è vero, tutti abbiamo dei problemi, ma se ci guardiamo intorno magari capiamo anche di essere più fortunati di altri».
La Gazzetta ha pensato di fare un regalo a 100 suoi lettori portandoli sotto il palco a cantare “Io Vagabondo”, il brano che chiude tutti i vostri concerti. Ma è sempre stato così?
«In realtà no anche se da sempre è uno dei pezzi che più ci rappresenta. Anzi, direi proprio che è il nostro manifesto. “Io Vagabondo” è uscito nel 1972 ed è subito stato un grande successo. Ma c’è stato anche un periodo, negli anni ’70, che neppure lo cantavamo durante i concerti. Poi Fiorello, negli anni ’80 con il suo karaoke, lo ha riportarlo in auge. Da allora ogni concerto si conclude con “Io Vagabondo”. Il pubblico lo aspetta e finché non arriva non se ne va a casa. Ed è giusto così».
Vi sareste mai aspettati che “Io Vagabondo” fosse così longevo?
«In realtà, insieme a “Dio è morto”, è ancora oggi il brano più amato: due canzoni profondamente diverse ma nelle quali ci rispecchiamo. A parte il fatto che la longevità dei nostri brani ha una spiegazione: non usiamo un linguaggio alla moda e, per questo, le nostre canzoni non spariscono insieme alle mode». —
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