Il nostro lavoro vale per tutti E ci impone di scrivere tutto
Gentile signora Sereni, la cronaca nera – anche quella minima – ha perimetri invalicabili: il fatto, il protagonista, le indagini, la giustizia. E vale per tutti. Tutti inesorabilmente, compresi gli...
Gentile signora Sereni, la cronaca nera – anche quella minima – ha perimetri invalicabili: il fatto, il protagonista, le indagini, la giustizia. E vale per tutti. Tutti inesorabilmente, compresi gli ospiti, regolari o clandestini che siano. Perimetri severi, anche secondo lei, che s’è presa a cuore il caso del ventiduenne spacciatore elevandolo a paradigma di tutti i disperati, gli ultimi, i poveretti, gente con storie e condizioni drammatiche e un futuro incognito.
Se i giornalisti dovessero “moderare” in filigrana ogni caso specifico o corrispondere alle richieste degli indagati, degli avvocati, dei loro amici e parenti, scriverebbero più nulla. Oppure farebbero un saggio imparziale di cause e concause che inducono il reggiano, l’italiano, l’europeo, l’africano, l’asiatico, l’americano, l’australiano a compiere un reato.
Ma ciò appartiene all’ambito della criminologia, della sociologia e anche della solidarietà attiva.
Lei scrive che “basterebbero quattro parole in più o in meno”. Il nostro lavoro ci impone invece di scrivere tutto. Qui sta la differenza fra il nostro raccontare e il suo difendere, la nostra professione e la sua militanza.
La sua è una lettera bella, di ottima scrittura e di buone speranze. Ma sa, noi facciamo un giornale.
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