Gazzetta di Reggio

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Nome e nazionalità dello spacciatore? “Ma è necessità per sopravvivere”

ADA SERENI
Nome e nazionalità dello spacciatore? “Ma è necessità per sopravvivere”

Una lettrice pone undici quesiti al nostro giornale “In questo modo si strumentalizza la clandestinità”

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la lettera

ADA SERENI

Gentile Direttore, le scrivo perché credo che la Gazzetta negli ultimi anni abbia fatto diverse scelte virtuose sul piano etico e culturale. Le scrivo perché mi sembra che il vostro giornale stia realizzando investimenti importanti sui temi dell’antifascismo e dell’antirazzismo. Da parte mia, condivido con voi l’idea che in un momento storico come quello attuale si debba provare a diffondere pensieri per quanto possibile utili alla salute del Paese. Data per acquisita in premessa la mia simpatia per voi, mi permetto di introdurre quella che mi auguro possa essere accolta come una critica costruttiva. Ho trovato il nome di una persona a me cara scritto tra le pagine di cronaca della Gazzetta di Reggio. Il nome e cognome di un ragazzo di 22 anni fermato mentre spacciava 30 grammi di hascisc e ne teneva altri 10 in un calzino. Più volte nell’articolo veniva ribadito, oltre al nome, il Paese di provenienza. Sul resto di lui non si diceva nulla, se non che aveva 30 euro in tasca e che era in Italia senza permesso di soggiorno. Non sarò io a rendere espliciti altri dettagli sulla vita di questa persona. Ne sarei tentata poiché il caso avrebbe meritato di essere trattato con assoluta prudenza e delicatezza per una serie di ragioni legate all’identità ed alla storia del ragazzo. Ritengo tuttavia la discrezione un principio importante. Per questo motivo lascio in secondo piano i sentimenti di compassione e concentro i miei dubbi di lettrice su altri spunti più marcatamente politici, legati in particolar modo alla vostra scelta di pubblicare il Paese di provenienza. Ecco una breve lista dei miei pungoli a riguardo.

• Perché rendere esplicito il paese di provenienza del ragazzo se pensiamo che non esista connessione diretta e necessaria tra la provenienza e l’atto del delinquere?

• Perché esporre un dato inutile a pericolose strumentalizzazioni?

• Perché non parlare invece di quanto l’unico vero collegamento inevitabile sia quello tra l’assenza di documenti e la necessità di sopravvivere seppur nella “clandestinità”?

• Perché non sottolineare il fatto che se sei italiano puoi perdere il lavoro ma non il diritto a lavorare?

• Perché non provare a pensare cosa preferirei scegliesse mio figlio se si trovasse al posto di quel ventiduenne e dovesse procurarsi da mangiare quando il Paese in cui vive gli nega i documenti indispensabili per lavorare?

• Perché non spiegare ai lettori che il Decreto Sicurezza non lascerà scelta ai tantissimi giovani che, a causa del decreto, rimarranno senza documenti come quel ragazzo?

• I tanti cittadini che si allarmano leggendo la parola “clandestino” sulla stampa locale, a cosa credono che porti la riduzione dei permessi di soggiorno?

• A cosa credono che portino i tagli sui progetti di accoglienza previsti dalla nuova normativa?

• A cosa credono che porti la riduzione dei famosi 35 euro al giorno con cui anche a Reggio Emilia si pagano in realtà non i migranti bensì centinaia di ragazzi italiani che fino ad oggi avevano trovato un lavoro come operatori, insegnanti ed educatori nei Centri di Accoglienza?

• Perché non tentare di far comprendere ai reggiani che l’unica cosa che può impedire episodi di criminalità come quello da voi illustrato è il rinforzo di un percorso che tiene le persone nella legalità?

• Perché infine non impegnarsi al massimo affinché “Reggio Emilia città delle persone” anche con l’aiuto del vostro giornale si allinei con tutti i cittadini o con le realtà in Italia che stanno continuando a dire il loro No! implicito ed esplicito all’emarginazione, all’esclusione e al razzismo istituzionale?

Temo che mettere a fuoco il nome e il Paese del colpevole apparente sia una scelta poco mirata e inopportuna. Si facciano i nomi di chi la clandestinità la progetta e la vota in Parlamento. A volte basterebbero quattro parole in più o in meno anche dentro alla sobria narrazione di un evento, perché un episodio di cronaca possa diventare un’occasione per pensare anziché per smettere di pensare. Provateci almeno voi, per favore! —

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