Gazzetta di Reggio

Reggio

«Mai arrendersi: così onoro mio padre»

Francesco Romani

A 15 anni dalla strage parla il figlio di Filippo Merlino: «Lo sport per noi disabili è essere al servizio della comunità»

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Quindici anni fa la strage di Nassiriya, in Iraq. Tra i 19 caduti anche il comandante della stazione carabinieri di Viadana, Filippo Merlino, venuto a dare aiuto alle popolazioni locali nell’ambito dell’operazione Antica Babilonia.

Era il 12 novembre del 2003. Il figlio Fabio aveva 13 anni. Seduto sulla sua carrozzina, nell’appartamento ricavato nella caserma dei carabinieri di Viadana, aveva notato degli strani movimenti. «Ero tornato da scuola alle 5 del pomeriggio – racconta oggi – Avevano detto che nell’attentato mio papà era rimasto ferito lieve. Ma io avevo un cattivo presagio. Quando mi avevano fatto uscire dall’alloggio di servizio ed era entrato il comandante di allora della compagnia, il capitano Pietro Mennone, io purtroppo me l’aspettavo: avevo paura di sentirlo dire, ma dentro di me lo sapevo già».

Per quel figlio, con un’atrofia muscolare spinale che dalla nascita lo vede lottare, la morte tragica del padre poteva essere un colpo di grazia. Invece, sei giorni dopo i solenni funerali di Stato a Roma, lui era lì, accanto alla mamma – la brescellese Alessandra Savio che piangeva – vestito da carabiniere. Nella sua testa risuonavano le parole del padre nell’ultima telefonata: «Doveva tornare dopo tre giorni e mi aveva detto che saremmo andati assieme a vedere una partita di wheelchair hockey, l’hockey in carrozzina elettrica».

Filippo e Fabio erano legatissimi ed entrambi appassionati di sport. Tifosi assieme a vedere le partite. E assieme a progettare il futuro. «Mio padre mi ha insegnato a superare i miei limiti, a non arrendermi mai».

Quella telefonata per Fabio è come un testamento che il padre gli consegna. Si sottopone a una complicata operazione: 13 ore sotto i ferri per raddrizzare la schiena. È il 2005.

Una volta rimessosi, telefona al presidente della federazione italiana di Hockey in carrozzina. Le società in Italia sono poche e Fabio entra nel Parma, la più vicina. Sono mesi di sacrifici: deve essere accompagnato agli allenamenti e alle partite, ma stringe i denti e passano due campionati in A2. Qualcuno si accorge che lui sta diventando bravo e si trasferisce nel Bologna.

«Si stava realizzando il mio sogno – dice – che era anche quello di mio papà: vedermi praticare sport come tutti gli altri ragazzini». Ma il destino è in agguato: Fabio cresce sportivamente al punto che entra in Nazionale, ma nel luglio del 2014 ha un brutto incidente d’auto. Due tibie fratturate, quasi 10 giorni di gesso: il Bologna lo mette fuori rosa.

Così Fabio decide che è il momento e crea a Viadana la Macron Warrior Viadana, allenatore il suo amico di sempre, Carmine Galasso. Pian piano arrivano gli sponsor, i giocatori forti. L’inizio è in A2, ma dopo un anno arriva la massima serie. E la rosa si rinforza. Nel 2017 il traguardo sinora più alto: il secondo posto ai campionati europei. Oggi Viadana è una specie di capitale italiana di hockey in carrozzina, grazie a Fabio Merlino e alla sua forza. «Perché fare sport per disabili è un modo in più per ricordare mio padre, ma anche essere al servizio della comunità e del territorio».

E pochi giorni fa, il 28enne lo ha ricordato commosso in un torneo a Sabbioneta. Per gli amici Fabio è “The Wall”, per lo Stato un orfano di guerra, per se stesso la dimostrazione che le frontiere sono fatte per essere abbattute. —





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