Oltre l’erba medica la foresta planiziale (parola grande, anche dalla crescita lunga)
Previsto un osservatorio in legno alto 20 metri: una memoria degli spazi vegetali ludici dei giardini, stavolta all’inglese
reggio emilia
Foresta planiziale è una parola grande, anche lunga. Perché per crescere una simile selva indigena ha bisogno dei suoi tempi: decenni, secoli. Una “natural forest” o “native forest” è prevista nel progetto di riqualificazione dei giardini della Reggia di Rivalta, come ambiente ludico non corretto dall’uomo e come memoria degli spazi vegetali cari alla giardineria alla moda nel Sei e Settecento.
L’impresa dei progettisti e quindi del Comune di Reggio Emilia è ardimentosa, anche se limitata a una superficie circoscritta di quella che fu la Delizia rivaltese. Sarebbe prevista sulla sommità del belvedere, oltre la superficie coltivata a erba medica, all’estremità opposta del luogo dove si ergeva la Reggia. Se realizzata costituirebbe un bell’esempio di ripristino da zero e di recupero di piante autoctone (azione salutare in una città e in una periferia che nel Novecento si sono inzeppate di conifere e altri esotismi). I protagonisti sarebbero querce farnie, ontani, salici, olmi, aceri, frassini, i diversi pioppi. In pianura padana restano pochissimi brani di quella che fu la foresta planiziale, erosa nel tempo dall’agricoltura, dalla bonifica, dall’urbanizzazione. Ad esempio in Emilia soltanto il bosco della Panfilia, in provincia di Ferrara, è classificato foresta planiziale.
Oppure, quasi vicini al Reggiano, rimangono ridotti e tutelati la foresta della Fontana a nord di Mantova (comune di Marmirolo) e l’Isola Boschina nel Po fra Ostiglia e Revere. In tutto il bacino padano non si contano più di una decina di queste foreste relitte.
“Natural forest”. Forse sarà l’evocazione in lingua anglosassone a rendere potente l’obiettivo, ma potrebbe trattarsi altrimenti di un giardino all’inglese, cioè un appezzamento dove il selvaggio è sorprendente e sensoriale, ed è comunque regolato. Un esempio fu la villa edificata sull’isola nella “Vasca d’Este” dove il naturale s’alterna e comunica con l’artificiale. Ovvero il contrario del giardino all’italiana, razionale, schematico, decorativo che la faceva da padrone fra la Reggia e il corso del Crostolo, e ora riecheggia giocoso nel progetto che ha vinto il concorso finanziato dal progetto ministeriale (già Franceschini) del Ducato Estense. Sulla “natural forest” di Rivalta dovrebbe sorgere anche un osservatorio in legno alto quasi 20 metri. Rivaltaland. —
STEFANO SCANSANI
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