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Inchiesta ospizio, Coopselios grida al complotto «Contro di noi un attentato»

Ambra Prati
Il presidente di Coopselios Umbetto Calabresi e il direttore Raul Cavalli
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Il presidente di Coopselios Umbetto Calabresi e il direttore Raul Cavalli

Correggio, la coop punta il dito sulle foto dei lividi («non dovuti a percosse») e ringrazia gli enti: «Hanno ampliato i rapporti con noi»

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CORAGGIO.«Contro di noi, un attentato». Grida al complotto, il gestore Coopselios, e va al contrattacco sulla vicenda della casa residenza anziani di Correggio, dopo l’udienza preliminare nella quale gli enti costituitisi parte civile (Ausl, Comune di Correggio, Unione Pianura Reggiana e Regione) hanno avanzato la citazione di responsabilità civile nei confronti di Coopselios, e il gip Luca Ramponi si è riservato: significa che, in quanto datore di lavoro, la coop sarà chiamata a risarcire in solido, in caso di condanna delle indagate.

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Il presidente Coopselios Umberto Calabresi e il direttore generale Raul Cavalli hanno esordito con un avvertimento ai giornalisti: «Non si può parlare di ospizio lager. Se si ripeterà, ci tuteleremo in sede legale».
Non si può, a loro giudizio, perché «nonostante le lunghe indagini, la documentazione passata al setaccio e l’audizione dei parenti, l’accusa rimasta in piedi riguarda un solo degente, al centro di diversi episodi». Sono i parenti dell’83enne che nell’ultima udienza si sono costituiti parte civile, «sebbene l’anziano sia rimasto nella struttura». In effetti le indagini sono partite dalle segnalazioni di due persone (il figlio di una 97enne e la figlia dell’83enne), ma su 10 addette indagate (11 con la direttrice 34enne, accusata di omessa denuncia) solo per quattro è rimasto il capo d’imputazione di violenza privata e maltrattamenti, mentre le altre sei devono rispondere della più lieve violenza privata, sempre ai danni dell’83enne.

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Chi avrebbe ordito il complotto? Una talpa interna? Un concorrente? I vertici di Coopselios non rispondono. Mentre l’obiettivo pare lampante: «Nonostante il periodo difficile, ringraziamo gli amministratori che ci hanno rinnovato la fiducia e i contratti, anzi hanno ampliato i rapporti con l’azienda».I dirigenti si limitano ad additare una serie di «aspetti che non tornano» e «lati oscuri», a loro parere ravvisabili nelle due fotografie di ematomi (con il logo dei carabinieri) diventate di dominio pubblico «pur non essendo riconducibili al caso oggetto di indagine. Non sono ferite o esiti da percosse: una è la conseguenza di una terapia anticoaugulante (gli aghi in vena, ndr) e l’altra una piaga da decubito. Entrambe precedenti al periodo preso in esame, perché a Correggio sono due anni che non si registrano piaghe da decubito».

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Da dove provengono quelle foto? «Non lo sappiamo, non sappiamo come siano uscite dalle cartelle cliniche, i famigliari non hanno accesso. Possono essere state trovate anche su internet. Rileviamo una non corrispondenza tra i reati contestati e video e immagini diffuse».Coopselios ha minimizzato l’accusa. «Si è trattato di presunti episodi di violenza verbale, che possono aver causato una sofferenza psicologica, ma non certo fisica». Il vertice di Coopselios precisa: «Quando siamo venuti a conoscenza del video, da noi visionato sul web (dove un’operatrice maltratta un degente, ndr), scoprendo un comportamento non consono al nostro codice deontologico, abbiamo licenziato». Specificando che quella addetta «non è mai finita nell’inchiesta».

Sulla citazione di responsabilità civile, Coopselios si è detta «rammaricata» per una mossa definita «anomala» che, «benché ammessa dalla legge, riteniamo poco comprensibile in questa fase processuale preliminare: non è stato disposto il rinvio a giudizio delle operatrici». Sull’eventualità che la coop possa costituirsi parte civile e rivestire così il doppio ruolo: «È intempestivo. Ma allora finalmente avremo accesso agli atti dell’inchiesta». —


 

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