La richiesta di Don Artoni «I domiciliari in comunità»
Il sacerdote chiede di essere trasferito nella sede della “sua” Papa Giovanni XXIII Scarcerato Ruffini: «È stata accolta dal gip la nostra nuova documentazione»
REGGIO EMILIA
Per le minacce alla presidente del Tribunale Cristina Beretti, don Ercole Artoni, 88 anni, fondatore dell’associazione Onlus “Centro Sociale Papa Giovanni XXIII” e già ai domiciliari, ha presentato istanza per trasferire i domiciliari all’interno della Onlus da lui fondata. Su quest’ultimo aspetto il sacerdote è in attesa di un pronunciamento da Ancona, procura competente per l’inchiesta che vede coinvolto un magistrato reggiano.
L’INCHIESTA
Per gli inquirenti, con l’imprenditore 74enne, Aldo Ruffini, per circa un anno e mezzo (dal gennaio 2017 al giugno 2018) avrebbe preso di mira la presidente Beretti, giudice del processo Aemilia, con minacce di morte, a loro dire provenienti da detenuti di Aemilia. Per l’accusa, tuttavia, la ‘ndrangheta non c’entra: secondo l’accusa quegli avvertimenti al magistrato («stia lontana dalla finestra», «sanno dove studia suo figlio») sarebbero stati un disegno di Ruffini, “mandante” di don Artoni, per arrivare al dissequestro del maxi patrimonio (da 24 milioni) del commerciante.
L’ALLARME
Una vicenda che aveva suscitato parecchio allarme in Tribunale – dove era ancora in corso Aemilia –, tanto da indurre le autorità a dotare di scorta Beretti e i due pm (Valentina Salvi e Giulia Stignani) che si erano occupate della mega evasione fiscale di Ruffini.
LE TAPPE
Il 24 settembre, l’arresto del sacerdote e dell’imprenditore, accusati di “violenza o minaccia a corpo giudiziario”, con l’aggravante di essersi avvalsi “della forza intimidatorie derivante dalla ‘ndrangheta cui fanno capo i Grande Aracri”. In sede di interrogatorio di garanzia Ruffini aveva scaricato il barile su don Artoni (l’unico ad avere contatti diretti con il giudice), mentre il sacerdote ha sempre sostenuto che quelle “voci” erano state riferite di sua iniziativa in buonafede: «Sono stato travisato. Non volevo minacciare né spaventare nessuno: ho solo riferito frasi che mi preoccupavano». Per entrambi il gip Antonella Marrone aveva respinto le richieste degli avvocati difensori, confermando il carcere per Ruffini e i domiciliari nella sua abitazione a Castelnovo Sotto (con l’autorizzazione a parlare con legali, parenti, medico e colf) per don Artoni. Ora la novità è che Aldo Ruffini, difeso dai legali Nino Ruffini di Reggio e Dario Bolognesi di Ferrara, ha ottenuto da giovedì i domiciliari.
Lo riferisce lo stesso avvocato Nino Ruffini: «Abbiamo fatto una seconda richiesta di scarcerazione e il gip lo ha liberato. Abbiamo presentato otto pagine di documentazione». Situazione per ora invariata per don Artoni, per il quale i legali hanno inoltrato l’istanza di spostare i domiciliari a Sesso, nella sede della Onlus. «Il maggior desiderio del nostro assistito è tornare nel suo ambiente abituale, il lungo isolamento in casa per lui è un dolore – spiegano gli avvocati difensori Alessandro Nizzoli e Francesca Corsi – Ottenere una misura all’interno della Onlus pone problemi organizzativi e va costruita ad hoc». Nel frattempo è stato ricavato un appartamento apposito per il sacerdote, che in precedenza nel centro sociale disponeva solo di un ufficio. —
AMBRA PRATI
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