Il guardaroba di Salvini "Il Costumista"
REGGIO EMILIA Al confronto il doppiopetto blu di Berlusconi o il sobrio loden di Monti, il monopetto nero slim fit di Renzi o l’abito postalmarket di Di Maio sono il nulla tessile. È il guardaroba di Salvini a imprimere la vera svolta al significato politico della scelta degli indumenti. Il capo leghista vicepremier ha una capacità di travestimento e convincimento da non suscitare più alcuna reazione da parte della platea italiana, un tempo così sofistica per le passerelle e caustica nel criticare le volgarità e le provocazioni della “forma”.
TENUTA POLIZIESCA
“Sostanza”. Nessuno può convincermi del contrario: il leghistissimo “Capitano” non veste casual, ma preordained, preordinato. Non c’è capo che il vicepremier non scelga e infili con una finalità mediatica, a seconda del tempo politico del giorno. Anche quando è scravattato. Egli deve avere un’idiosincrasia per il cencio, per il “cappio ribelle” come definiva la cravatta Giovanni Nuvoletti. Tutto strumentale è.
Ad esempio martedì Salvini in tenuta non sportiva ma poliziesca ha fatto jogging intorno a Palazzo Chigi, cioè si è esibito in una salutare corsetta nel quartiere del potere, guarda caso alla stessa ora nella quale a Montecitorio veniva proiettato “Sulla mia pelle”, il film di Alessio Cremonini che narra la fine di Cucchi per la quale sono coinvolti alcuni carabinieri.
Una morte paradigmatica, per mano dello Stato, cioè delle forze dell’ordine. La visione alla Camera dei deputati era stata fortemente voluta dal presidente Roberto Fico e ha raccolto il gran rifiuto di Salvini già dal giorno precedente: “Domani sarò molto impegnato”.
LO SCATTO GLADIATORIO
I “dintorni” di Palazzo Chigi, sede della Presidenza del Consiglio dei Ministri coincidono con Montecitorio. Ma di solito chi fa jogging sceglie gli spazi verdi e liberi come il Pincio o Villa Borghese.
Salvini ha optato per il centro storico blindato, accompagnato dalla scorta in moto, poco prima della riunione dei ministri. Anche l’abbigliamento scelto per la corsetta non può essere considerato occasionale, ma studiato: maglietta blu della Polizia di Stato con gli alamari (fiamme oro), la scritta adesiva in petto “Polizia”, appena sotto un altro quadrato in velcro (vuoto) dove si appuntano i gradi, appena sopra un eroico alone di sudore. Pantaloncini corti in tinta, firmati.
Calze a righe bianche e blu alla moda, scarpe da ginnastica. Fondamentale e conclusivo il cappellino azzurro con visiera. A molti è sfuggito il disegno in bianco sul copricapo: la fiamma argento stilizzata dell’Arma dei carabinieri. A molti è sfuggito un autoscatto nel quale, nella stessa serata di martedì, Salvini sorridente invece appariva con un berretto bianco della Marina Militare che poi sarebbe stato avvicendato con quello della Benemerita. “Capitano” interforze.
A potenziare il quadro muscolare e traspirativo c’era il tutore che Salvini porta al braccio destro. Il 13 ottobre infatti il ministro avvertiva sui social: “Fratturina al polso destro... Dimostrazione che alla mia età fare sport (nel mio caso andare a correre la sera sotto la pioggia, rischiando di scivolare come uno scemo) può essere mooolto pericoloso!”. Divisa, corsa e tutore. Così lo scatto fotografico è gladiatorio.
Metto in chiaro che non c’è personaggio politico che non abbia la ventura di infilare un pezzo d’uniforme, ogni tanto e con giudizio: la giacca della mimetica durante le visite alle missioni estere delle Forze Armate; per obbligo il casco dei vigili del fuoco o la blusa della Protezione Civile per i sopralluoghi in caso, purtroppo di calamità.
Nel guardaroba di Salvini c’è dell’altro: la segnalazione dell’appartenenza, ancora di più, l’assunzione di un ruolo, d’un potere. Ancora di più: esaltare gli obiettivi.
CAMICIA VERDE PRATO PONTIDA
Massimo Barbieri aveva scritto su Le Scienze: “Ma, al di là agli aspetti esteriori, tutti gli appartenenti alle forze armate condividono la stessa esigenza psicologica: sembrare più forti e potenti di quanto, individualmente, non si sia. E infatti fin dalla loro comparsa le divise militari e quelle delle forze dell'ordine sono state confezionate con un obiettivo preciso: esaltare la virilità di chi le indossa, stabilire una distanza con il resto del mondo e segnalare l'appartenenza a un gruppo”.
Salvini ha cominciato presto a sfoggiare i vestimenti (oggi si chiamano outfit) dei suoi obiettivi, incessantemente. Le sue prime esperienze di divisa risalgono agli anni Novanta, quando metteva la camicia verde prato di Pontida. Lo stesso colore col quale si distingueva la Guardia Nazionale Padana che svolgeva servizio d’ordine per la Lega originaria dell’Umberto Bossi, non estranea a qualche problema con la giustizia per quella sua aria di milizia.
Era la stagione delle pulsioni secessioniste e delle moderazioni federaliste. Ancora il 10 agosto di cinque anni fa Bossi sull’abolizione delle Province aveva dichiarato: “Una decisione che annulla l'identità di un popolo... Vuol dire non rispettare quello che c'è sul territorio. In Valtrompia però per fortuna ci sono e si producono ancora le armi... Presto serviranno». Il Senatùr quando era ministro del Governo Berlusconi, aveva parlato di «300mila martiri pronti a battersi». Salvini s’è battuto, di seguito con le felpe. Ovvero le geofelpe, le quali, rispetto alla corrente passione per le uniformi, sono moda passata.
CARTELLO INDICATORE UMANO
Da segretario leghista rampante Salvini nella sua carriera ha indossato di tutto, il nome di regioni, città, paesi, borghi e frazioni con una furba strategia: lui, cartello indicatore umano, segnale identitario variabile. Poi è successo qualcosa di epocale: la frattura cromatica. Dal verde Padania al blu Nazionale, dal colore settentrionalista alla tinta nazionalista sovranista. Oggi la Lega dovrebbe essere blu.
Ma Salvini personalmente pare preferire un dress code a seconda delle circostanze. Quella attuale è la necessità dell’ordine, l’esigenza di sicurezza, l’urgenza della fermezza. E’ dunque il momento del fascino della divisa. Salvini ne è così consapevole che, intervenendo alla Scuola superiore di Polizia a Roma, in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno accademico, domenica ha detto: “Ministro o sbirro? Faccio sia il ministro che lo sbirro, perché sono due missioni, non professioni ma scelte di vita”.
CHI SI FERMA È PERDUTO (1938-2018)
La mission in uniforme di Salvini non è un inedito. Uno dei teorizzatori della divisa interpretata personalmente, non d’ordinanza ma di circostanza, fu Achille Starace, gerarca fascista, luogotenente generale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, sportivo e codificatore dei costumi. Starace fu un inventore di uniformi per sé stesso e coordinate secondo l’evenienza. Pare fosse stata ispirata a lui l’intramontabile canzone “Pippo non lo sa”, composta nel 1939 da Mario Panzeri, Nino Rastelli e Gorni Kramer:
Sopra il cappotto porta la giacca/ E sopra il gilè la camicia. /Sopra le scarpe porta le calze,/ Non ha un botton/ E con le stringhe tien su i calzon.
Lo sentite il riverbero canoro? I legami con la memoria sono irresistibili e sembrano fatti apposta per un appello alle destre estreme, agli amanti del “Capitano”, ai nostalgici dell’Italietta parolaia e delle frasi mussoliniane da muro e da balcone, delle parole d’ordine istintuali in un Paese in stato confusionale. Salvini ha commentato così la sua parata del 13 novembre 2018 con un’appendice della demagogia di ritorno, del 14 maggio 1938: “Corsetta romana prima del Consiglio dei ministri. Chi si ferma è perduto”. —
s.scansani@gazzettadireggio.it
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