«La casa per Don Ercole è già pronta e noi lo aspettiamo a braccia aperte»
Mazzoli, presidente della Fondazione Papa Giovanni XXIII: «Costruiremo altre abitazioni tutte a impatto zero»
REGGIO EMILIA. «Aspettiamo il don a braccia aperte, anzi, abbiamo già acceso il riscaldamento per togliere un po’ di umidità». Siamo in via Santa Teresa di Calcutta con il presidente della Fondazione Papa Giovanni XXIII, Uber Mazzoli, nella casa costruita appositamente per don Ercole Artoni e dove il sacerdote ha chiesto di essere trasferito. Gli avvocati difensori Francesca Corsi e Alessandro Nizzoli, facendosi portavoce del loro assistito, hanno già inoltrato l’istanza di spostare i domiciliari a Sesso, sede della Onlus. Dove c’è grande attesa per il possibile ritorno di don Ercole e anche un certo ottimismo. «Mercoledì – spiega Mazzoli – porteranno i mobili e successivamente la cucina. Da quel giorno la casa sarà pronta per ospitarlo».
Dell’idea di costruire una casetta nel cuore della comunità per il suo fondatore don Ercole Artoni, dove fino ad oggi aveva a disposizione solo un ufficio, se ne parlò per la prima volta nel maggio scorso, in occasione dei festeggiamenti per i quarant’anni della Comunità. Ed eccola già pronta, anche se mai nessuno avrebbe pensato che don Ercole potesse entrare nella sua nuova casa per scontare gli arresti domiciliari. Una casa peraltro calda e accogliente nella sua semplicità. In ottanta metri quadrati trovano posto un salotto, una cucina, due camere da letto e due bagni in previsione della necessità di ospitare una badante. Nessuna barriera architettonica e bagni certificati per i disabili. Una casa luminosissima dove le finestre sembrano sostituire i quadri: «Da quella rettangolare della sala – ci fa osservare Mazzoli – lo sguardo si apre sulla vigna con i suoi colori destinati a cambiare insieme alle stagioni ma è anche possibile vedere in fondo la chiesa, mentre il bagno si affaccia sulla serra. Il porticato davanti alla casa da un lato dà il senso del villino e dall’altro è un prolungamento della casa verso l’esterno».
In realtà, vicino alla casa di don Ercole ce n’è un’altra già pronta (ospiterà lo studio di un veterinario, attività legata alla collaborazione della Papa Giovanni con il dipartimento universitario di Agraria) e una terza in fase di allestimento. Altre 28 case dello stesso tipo – ci spiega Mazzoli – sorgeranno all’interno della Comunità e saranno destinate agli ospiti. Ma come nascono queste case? «Ho recuperato alcuni moduli, 24 per la precisione, dismessi dopo il terremoto nel Modenese e destinati alla discarica. Poi ho utilizzato materiale di recupero. In questo modo, per dimostrare che c’è un’altra strada per edificare oltre a quella della cementificazione, ho deciso di costruire queste case che dovranno essere l’immagine della Fondazione stessa». Tecnicamente, come ci spiega nel dettaglio il geometra Uber Mazzoli, lo scheletro delle case è in acciaio tamponato con pannelli coibentati mentre per i pavimenti è stato usato laminato di recupero. Per quanto riguarda il terreno è stato compattato e ricoperto con un telo di Pvc con la funzione di isolante, poi è stata messa una soletta di 20 centimetri che rappresenta la fondazione. Alla faccia della cementificazione.
Di fronte alla casa di don Ercole è tutto pronto per inaugurare invece la Locanda della solidarietà, un ristorante (ma non solo) che vuole essere «un luogo aperto a tutti destinato a promuovere integrazione e convivialità nel segno di una sempre maggiore apertura all’intera cittadinanza». —
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