Una festa al “Buco magico” per i 90 anni di Loretta Giaroni
Omaggio dell’Anpi al simbolo reggiano della lotta per i diritti delle donne Da sempre in prima linea, avverte: «Ce n’è ancora da fare, ma ora tocca a voi»
REGGIO EMILIA
«Il mio compleanno? Non so come si svolgerà la festa, perché ha organizzato l’Anpi. Anch’io sono curiosa, è la prima volta che non controllo una cosa che mi riguarda».
Loretta Giaroni spegnerà 90 candeline domani e, per l’occasione, sarà celebrata con un incontro pubblico, a partire dalle 15.30, al centro sociale Buco Magico. Un omaggio a questa reggiana doc, simbolo delle lotte per i diritti delle donne e creatrice in città degli asili e le scuole d’infanzia, che costruì come assessore alle Scuole e ai Servizi sociali dal 1965 al 1975, oltre ad essere in prima linea come coordinatrice provinciale dell’Unione donne d’Italia (Udi) dal 1957 al 1967.
Una festa molto apprezzata dalla Giaroni, che si è detta grata perché riservata a «coloro che hanno resistito a vivere». Un evento aperto a tutti, ha spiegato il presidente provinciale dell’Anpi Ermete Fiaccadori, un pomeriggio tra amiche e donne – alcune quasi coetanee, come Ione Bartoli ed Eletta Bertani – che ripercorreranno, con letture e proiezioni a più voci, alcuni passaggi chiave dell’esistenza di Loretta, già finita con la sua vasta produzione di scritti in diverse tesi di laurea e nell’archivio Anpi.
Un pomeriggio informale, dunque, ma non scevro di impegno e memoria storica, com’è nel carattere dell’interessata. Che, raggiunta al telefono, ha esordito così: «Un attimo che abbasso la televisione, sto ascoltando Paolo Mieli su Rai Storia che parla de “L’Agnese va a morire”».
«Il traguardo delle novanta candeline non è trascurabile – racconta – di donne del mio tempo non ce ne sono quasi più, purtroppo. Ho seppellito mio marito un mese fa (Paolo Gualerzi, ndr) dopo averlo assistito a lungo: lui sì era un partigiano combattente. Spero che sarà un’occasione per fare il punto sui diritti delle donne, perché c’è ancora molto da fare».
Ecco, sugli ostacoli che vanno ancora superati Loretta Giaroni ha le idee chiare. «Essere riconosciute come meritevoli di rispetto: è l’articolo 3 della Costituzione, e ancora non ci siamo. Sul lavoro poi non siamo considerate uguali se si guarda allo stipendio, né ci sono donne in posizioni apicali (anche alle primarie del Pd c’è una sola concorrente donna). E poi c’è la crisi economica, che ha scoraggiato e penalizzato soprattutto le madri. Siamo una società che va avanti come un gambero, piena di segnali di retromarcia dei diritti».
Il suo primo impiego Loretta lo ha tirato fuori da un’epoca dove l’istruzione, per le fanciulle, era una conquista. «Non ho la cultura delle giovani d’oggi. Le scuole medie erano impensabili, mia mamma era operaia. Mi iscrisse alla scuola professionale femminile Giulia Greco, che si trovava in via Farini dove oggi è situato l’ingresso principale della biblioteca Panizzi. Poi seguii un corso privato di dattilografia e stenografia. La macchina per scrivere, una Olivetti che uso tuttora, la presi a noleggio. La mia prima assunzione fu come dattilografa alle ex Reggiane: il 20 ottobre 1942, non avevo ancora 14 anni. In bicicletta da San Maurizio, mi presentai con le calze corte bianche e un vestitino rosa: una bambina. Nei reparti erano tutti uomini, mi misero nell’ufficio direzione, dove rimasi due anni».
All’eccidio delle ex Reggiane il 28 luglio 1943, prosegue la Giaroni, «io c’ero, quando il comandante ordinò di sparare sulla folla che voleva andare a manifestare in piazza. Per me i morti furono dieci, non nove, visto che Domenica Secchi era incinta». Poi gli anni ’60 del boom demografico con i primi asili: «Si ricorda sempre e solo Malaguzzi, ma i primi asili sono nati grazie al bilancio in rosso che autorizzò il sindaco Renzo Bonazzi».
E la conseguente impennata della presenza femminile nel mondo produttivo.
«Mai stata trattata in modo irrispettoso. E se lo avessero fatto avrei seguito quello che è il mio principio guida: reagire, reagire, reagire. Non vuol dire fare a cazzotti, ma difendere i propri diritti: occorre farsi sentire in modo collettivo, cercando la solidarietà dei sindacati (se ci sono) e dei partiti, che dovrebbero occuparsene».
Non si capacita del fatto che non si scenda più in piazza, questa signora di ferro che osò polemizzare con L’Unità per un articolo, da lei ritenuto sessista, su Livia Turco incinta. «Ce n’è da fare, care le mie ragazze, ce n’è per le figlie e le nipoti, c’è da lottare sempre finché si campa. Io sono stanca, come tutti i vecchi, diceva Giorgio Bocca. Ora tocca alle nuove generazioni». —
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