«Briciole in tavola? Piatti fuori posto? Motivi validi per aggredirmi»
Marica e Sara, entrambe minacciate e picchiate dai mariti, raccontano come si può riuscire a riguadagnare fiducia in sè
REGGIO EMILIA. Una si chiama Sara, l’altra Marica. Sono nomi di fantasia, per tutela della privacy. La loro storia però, scritta nero su bianco, è vera. «Non avrei mai immaginato – scrive Marica – di arrivare a tanto, di dovermi nascondere con mia figlia lì, a pochi metri dalla mia casa, per sottrarmi alla furia di mio marito. Ho capito in quel momento che sopportare per tutto quel tempo non era servito a niente. Lui, dopo la morte della nostra primogenita, era cambiato: il suo sguardo era minaccioso e i suoi discorsi alludevano costantemente alla mia incapacità di essere moglie e madre adeguata. Con il tempo ai rimproveri per la presunta incuria si sono aggiunti i comportamenti violenti, con lancio di oggetti e spintoni. Ogni giorno, quando uscivo dal lavoro, mi chiedevo quale sarebbe stato il motivo dell’aggressione. Le briciole sulla tavola? I piatti fuori posto? Il pranzo servito in ritardo? Intanto lo stipendio non lo vedevo più: quel conto corrente cointestato era diventato il “suo” conto. Ad ogni fine giornata poi arrivavano le pretese di “prestazioni” per me inaccettabili. Non ricordo quale sia stato il fattore scatenante quel giorno. In un attimo tutte le mie cose erano sulla strada, a pezzi, e mentre mi avvicinavo per farlo ragionare le sue mani hanno tentato di stringermi il collo. “Hai bisogno di aiuto”, gridavo e intanto cercavo il telefono per chiamare il 118. “Papà sta male”, dicevo a mia figlia, ma correvo con lei perché temevo di morire».
«Non potevo andare avanti – questa la testimonianza di Sara – temendo la presenza di mio marito, del padre di mia figlia di 7 anni, barricandomi nella stanza con lei per paura. Ogni scusa era buona per zittirmi, per spaventarmi con un pugno davanti alla faccia, spintoni (una volta sono caduta lungo le scale) e tirate di capelli. Ero disperata quando un’amica mi ha accompagnato alla Casa delle Donne, dove sono stata ascoltata e creduta. In un primo momento non riuscivo a prendere decisioni, poi poco alla volta ho riguadagnato fiducia in me. Dopo alcuni mesi mi sono separata e ho fatto la prima denuncia». E l’ex coniuge diventa uno stalker. «Lui continuava con inseguimenti e appostamenti al lavoro, sms minacciosi. Ero esausta, il controllo si estendeva ai miei genitori e la mia vita era un inferno. Sembrava che due denunce, un ammonimento e un ordine di allontanamento non bastassero a fermarlo. Ho cominciato a sperare quando mi è arrivato l’avviso che era agli arresti domiciliari per stalking». —
AM.P.
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