Renzi, pugnale alle spalle, Delrio e gli altri Tu chiamala se vuoi “derenzianizzazione”
L’ex ministro: «Sinceramente non penso proprio che Matteo si riferisse a me come a uno dei suoi pugnalatori...» Ma il gioco delle correnti è più che mai democristiano. Adesso che ne sarà del Patto Quadro fra le correnti del Pd reggiano?
analisi
STEFANO SCANSANI
Tu chiamala se vuoi derenzizzazione. Quella che è in corso dentro il Pd è una sindrome da disarmo del partito, e disconoscimento dell’ex amato leader, Matteo Renzi.
La prova del nove è data dallo sgretolamento del forte quadrato nel quale fino alla sconfitta del 4 marzo la larga maggioranza dei big e dei vip si riconoscevano nel segretario, già premier, già sindaco di Firenze. La disgregazione, il rompete le righe, sono documentati da due fenomeni.
primo fenomeno
In vista del congresso-che-non-si-celebra-mai ogni vip, ogni big, ha preso traiettorie postrenziane. Gentiloni ad esempio ha scelto di sostenere Zingaretti che certamente renziano non è, e non fu. Delrio è in sintonia con Martina che, analizzato negli ultimi mesi, sta inseguendo una linea sua propria. Altro esempio è Minniti che corre per la segreteria, ben visto da Renzi, ma se ne guarda bene dal dichiarare la sua renzianità e non registra la sintonia di moderati cattolico-sociali come appunto Gentiloni e Delrio. Qualche disperso letterato di vecchio stampo classificherebbe questa condizione “caos primigenio”.
secondo FENOMENO
Renzi interpreta ora il ruolo del capo-maestro abbandonato dai discepoli. Nella lunga conversazione pubblicata dal Foglio del 21 novembre l’inventore della Leopolda evoca la fatale, puntuale, ferale “pugnalata alle spalle”. Più chiaramente, Renzi si esprime attraverso la prima persona plurale (il plurale maiestatis) come leader tradito dai più fidati, ai quali nell’età dell’oro lui ha fornito tutto o molto: “Mi colpisce la serenità nel giudizio da parte da chi dopo avere avuto tutto grazie al nostro coraggio, ora pugnala alle spalle”.
La traiettoria del discorso del senatore fiorentino riporta alle prime righe della sua conversazione dove, con un inciso evidenziato fra due trattini, afferma: “Poco dopo la sconfitta del 4 marzo, tutti – in primis Paolo Gentiloni e Graziano Delrio – mi hanno chiesto di fare un passo di lato e di restare fuori dalle dinamiche del Pd al prossimo congresso. Come se ciò che era accaduto fosse dipeso solo da me”.
rapporti artici
Che fra Gentiloni e Renzi da tempo vi fossero rapporti artici era risaputo. Ma con Delrio? Che cosa è successo con Delrio? È stato il Corriere della Sera, sempre il 21 novembre, a raccontare che lo stesso ex ministro alle Infrastrutture e immaginato delfino di Renzi, ora capogruppo Pd a Montecitorio, avrebbe detto ad amici: «È vero, io dopo il 4 marzo gli ho dato quel consiglio. Era il più giusto ed era coerente con lo stile che abbiamo sempre avuto. Ma sinceramente non penso proprio che Matteo si riferisse a me come a uno dei suoi pugnalatori».
Delrio dunque si smarca dal personaggio del presunto sicario e da quello del renziano in aeternum. V’è da ricordare che proprio in occasione dei primi scricchiolii dell’egemonia di Renzi, nel dicembre di due anni fa proprio l’ex sindaco di Reggio Emilia dai bookmaker era inserito nella rosa dei probabili sostituti a Palazzo Chigi. Invece toccò a Paolo Gentiloni.
REGGIO LABORATORIO
Se è vero che Reggio Emilia per il Pd è una laboratorio di sperimentazioni e soluzioni in anticipo, stavolta dall’alambicco nostrano sortiranno soluzioni imprevedibili. Se non esplosioni. Basta ricordare che ancora in quel dicembre di due anni il nostro giornale diede conto del “Patto Quadro”, cioè dell’accordo reggiano stabilito in sede romana fra l’allora deputato Maino Marchi e l’allora ministro Graziano Delrio per la riconferma di Andrea Costa alla segreteria provinciale. Fu un lavoro di lima. Marchi era fra i “Giovani Turchi”, Delrio era considerato un renziano di prima linea ma autonomo, e Costa un bersaniano originario. Nella veloce e imperscrutabile movimentazione delle correnti (l’eredità è democristiana) tutto s’è sparigliato, come ha raccontato il collega Evaristo Sparvieri nell’edizione di mercoledì scorso.
Marchi non è più in Parlamento, Delrio ha dichiarato la sua sintonia con Martina, mentre Costa si è già schierato con Zingaretti, in un quadro dove i renziani di ferro dovrebbero sostenere Minniti che invece puntualizza di non essere renzista.
Vale un aneddoto. Domanda: scusi lei è renziano, zingarettiano, martiniano...? Risposta: “Anche”. —
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