Gazzetta di Reggio

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L’omelia Del vescovo 

«Educare significa insegnare a sperare»

«Educare significa insegnare a sperare»

Massimo Camisasca ha celebrato la messa in San Prospero Al centro delle sue riflessioni le parole “libertà” e “autorità” 

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REGGIO EMILIA. «Ogni atto di educazione è dunque abituare gli occhi degli uomini alla luce, è una luce che si accende nel mondo. Affidiamo al nostro patrono san Prospero e alla Vergine della Ghiara i nostri figli, i nostri giovani, le nostre famiglie, tutte le istituzioni educative, le parrocchie e le varie realtà ecclesiali, ciascuno di noi. Siamo tutti parte, in qualità di educatori o di figli, del grande dinamismo che è l’educazione». È dedicata al tema dell’educazione l’omelia pronunciata ieri dal vescovo, Massimo Camisasca, nella Basilica di San Prospero, nella messa per il patrono.

IL DISCORSO

“Educare ancora”. È questo il titolo del tradizionale discorso pronunciato dal vescovo, distribuito in forma di libretto ai fedeli. Un tema che Camisasca affronta basando la sua riflessione sul ruolo che hanno e devono assumere famiglia, scuola e realtà ecclesiali, alla luce delle dinamiche del presente. «Non sembrano esserci più valide ragioni per educare – afferma Camisasca – È questo il dramma della nostra epoca, che molto s’interroga sulle metodologie d’azione e di ricerca, che elabora strumenti sempre più precisi per misurare e calcolare, che si specializza in mille competenze settoriali, ma che si scopre paralizzata quanto al compito educativo, perché incapace di una visione d’insieme della realtà. Non dobbiamo scoraggiarci. Ogni crisi infatti, pur essendo un travaglio, è anche un’opportunità. L’opportunità cioè di riconsiderare la condizione umana per ciò che essa è. Siamo chiamati a riprendere in considerazione i criteri del nostro agire e a domandarci il senso di ciò che facciamo, affinché il futuro sia migliore».

Libertà e autorità. Sono due parole su cui Camicasca elabora la sua riflessione, che nella contemporaneità sono «concepite come ambiti contrapposti dell’esperienza, non comunicanti e inconciliabili». Concetti in realtà fraintesi: «Il fraintendimento di cosa sia la libertà comporta inevitabilmente il fraintendimento di cosa sia l’autorità. Il nostro tempo tende a considerare l’autorità come coercizione arbitraria, pretesa estrinseca e limitante, obiezione alla libera espressione del soggetto». Per il Camisasca, «abbiamo bisogno di un’autorità, di un auctor (dal latino augēre), e cioè di qualcuno che, letteralmente, “ci faccia crescere”, “ci faccia rialzare”; di qualcuno che ci indichi una strada, un fine buono e luminoso da seguire».

LA SPERANZA

Di qui un appello alla speranza: «Educare è insegnare a sperare – afferma il vescovo – È necessario pertanto riscoprire la presenza Dio, che è la presenza più laica che esista, come ho avuto modo di dire in tante occasioni. Egli è Padre e ci assicura che la nostra vita non è un inganno, ma ha un destino buono; che la morte non è la parola definitiva sull’esistenza, che il futuro è un bagliore aurorale, non ancora del tutto visto, ma che già ora rischiara l’orizzonte, anche l’oscurità enigmatica del momento presente».

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