Una città nella città dove lavorare era una terapia
REGGIO EMILIA. «I manicomi in Italia nascono a inizio Ottocento – spiega Gaddomaria Grassi – il San Lazzaro viene aperto nel 1820. Era una città nella città, costruita sul modello dei padiglioni, un...
REGGIO EMILIA. «I manicomi in Italia nascono a inizio Ottocento – spiega Gaddomaria Grassi – il San Lazzaro viene aperto nel 1820. Era una città nella città, costruita sul modello dei padiglioni, un modello innovativo e all’avanguardia per l’epoca. Permetteva di avere grandi spazi, e una vita che assomigliava a quella che c’era fuori. Aveva anche una certa autosufficienza grazie all’ergoterapia, ovvero alla terapia occupazionale che aveva come scopo quello di tenere impegnate le persone e non quello di insegnare un lavoro o trasmettere abilità utili per un reinserimento in società, come accade oggi. Questo garantiva l’ordine. Quindi dentro al San Lazzaro c’erano il forno, la lavanderia, le stirerie, facevano loro le divise, c’erano i ciabattini, gli arrotini, le colonie agricole... e i prodotti venivano anche venduti all’esterno».
Ma chi entrava al San Lazzaro? «In base alla legge Giolitti del 1904 – risponde Grassi – entravano al manicomio, dopo un mese di osservazione, le persone che risultavano pericolose per sé o per gli altri; o chi generava pubblico scandalo. Bastava che i familiari facessero una segnalazione, avallata da un medico, e si veniva internati. Era anche un modo per liberarsi di qualche “peso”. Senza considerare che finivano in manicomio gli omosessuali, in quanto l’omosessualità era considerata una deviazione, e chi aveva deficit sensoriali, i sordomuti, ad esempio». —
M.R.
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